Ermal Meta a Meraviglioso Modugno: tutti stretti nello stesso abbraccio

 

È come tornare indietro nel tempo, è  come ancorarsi nel presente, è
come proiettarsi nel futuro. È come se lo spazio  si annullasse, si
cancellasse, si riducesse, a mera realtà esteriore, come per un attimo
tutto il mondo si concentrasse in qualche nota, in una voce
meravigliosa, in un premio straordinario, in un orgoglio smisurato e
in un affetto senza fine. È come se non ci fossero più distanze
visibili, impegni imprevisti, paure  represse. È come se tutto il
mondo, con i suoi problemi, con le sue preoccupazioni, con le sue
notizie sempre brutte, per un attimo, si fermasse nello stesso immenso
sorriso, che regala carezze, che risplende bellezza, in uno sguardo
limpido, appassionato, avvolgente, nella gratitudine manifesta, in due
mani su una chitarra e in una voce fino alle stelle, che  abbatte le
difese, che trapassa le corazze, che distrugge le attese. Che  fa
abituare gli sguardi e i cuori alla meraviglia, pur sorprendendo ogni
volta, andando di nuovo oltre le aspettative, nonostante ciò che si sa
o si potrebbe sapere, ogni volta è come tornare a casa. Smettere di
respirare, per respirare più a fondo. Smettere di camminare, per
volare più saldamente. Smettere di fare qualsiasi cosa, per bearsi
dell’aria che entra nei polmoni, per i pori della pelle, a dispetto di
tutto. Al di là di tutto il tempo che passa  e della nostalgia, unita
a un bisogno totale e a una necessità impellente, che ci stringe il
cuore in una morsa. Per un attimo, si scioglie ogni nodo, si schiude
ogni anima, si libera ogni singolo chicco di energia, raggiunge gli
occhi, accarezza le lacrime. Si porta via la tristezza, si prende la
malinconia, dissolve nel vento il desiderio di anelare a qualcosa di
irraggiungibile,evanescente, troppo lontano nel passato o nel futuro,
da poterlo stringere. Si ferma tutto, non esiste altro, i contorni
sfumano  nella certezza del calore e nella nebbia avvolgente del
coinvolgimento, dell’emozione, della commozione, della vicinanza,
nonostante i chilometri. È un giorno anelato, desiderato, raggiunto, è
un 6 agosto che non conosce scuse, che non vede altro se non la
fantasia di un momento palpabile, se non la realtà di un momento
possibile, se non il ritorno, per qualcuno con il corpo, per qualcuno
solo con l’anima, sotto un palco, davanti a uno schermo, mentre i
cuori vibrano nuovamente in empatia con il suo, con lo stesso che
sussulta di vita, che vive di corde, che si nutre di note, che batte
per la musica, per l’affetto, per l’amore mai  perso. Dopo mesi di
articoli tristi, malinconici, che cercano di inoltrarsi negli abissi
dell’anima mia e degli altri lupi sconsolati e soli, con un pezzo di
cuore che manca, se Ermal è lontano, per una sera, torniamo tutti
indietro o forse ci tufiamo tutti avanti, nello stesso azzurro
dolcezza, nella stessa pienezza vitale, nella stessa sensazione di
essere a casa, non solo perché molti di noi seguono la serata dalle
nostre abitazioni, ma perché, ovunque e in qualsiasi momento salga su
un palco è come se con lui trasportasse tutti i suoi fan, uno per uno,
nella stessa dimora di grande, sublime, immensa e incredibile magia
senza trucchi, senza inganni, senza fiato. E senza parole suficienti
da dire, come ci sentiamo di nuovo, tutti quanti, un’altra volta, in
pace. Seguendo le interviste, gioendo per il premio, commentando con
Tweet e Post che  dicono, di nuovo, eternamente con il suo, “Ci
vediamo stasera”. Abbiamo di nuovo una meta da raggiungere, abbiamo di
nuovo un obiettivo da osservare. Abbiamo di nuovo la certezza di Ermal
sul palco, una chitarra in mano, il cuore spalancato, la voce
innalzata fino ad abbracciare ognuno di noi e farci dimenticare tutto,
tutto, fuorché quel momento  di Paradiso, quegli attimi di benessere,
quelle luci che si accendono a sentire una sola nota, a cantare, a
volte a sussurrare per la commozione. E perdersi dentro l’infinito
cielo della sua voce, risalire a tutta velocità per il tremolio
speciale del suo falsetto, scendere fino alle profondità del cuore
sulle note della sua chitarra, strumento di delicata, pura, autentica
sublimazione di qualsiasi tormento, di qualsiasi pensiero, di
qualsiasi vento contrario. È come specchiarsi fuori, per rivedersi
dentro. È come aprisse, nuovamente, uno spazio, da cui filtra,
impetuosa, totale, chiara come l’aria, solida come la terra, calda
come il fuoco, vivificatrice come l’acqua, la sua  luce. La luce della
sua voce, la luce della sua strepitosa capacità di affascinare, di
aiutare, di salvare, di legare senza catene, di liberare senza limiti.
È il 6 agosto. E il mondo dei lupi si concretizza  nell’istante in
cui, dopo due mesi, sale di nuovo  su un palco. Di nuovo in Italia,
dopo il Forum, nella bellissima Polignano a Mare, nella sua amata
Puglia, nel posto che gli è più consono. Nella sua dimora abituale,
Ermal fa la sua comparsa, finalmente, annunciato da tutti insieme,
Maria Cristina Zoppa, Diodato, Cocci,  gli altri presenti sul palco,
il pubblico, la città intera, tutta la città del grande Domenico
Modugno, stretta nello stesso ricordo  e nello stesso omaggio a un
Artista straordinario, al premio Modugno 2019, al “cantautore sempre
attento alla scrittura d’autore, da un lato, e all’interpretazione,
dall’altro, come nella sua straordinaria e personale versione di Amara
terra mia” si legge nelle motivazioni. E, mentre ci si spalancano gli
occhi e ci si aprono le labbra, restando ferme, così, di
meravigliosa, incantevole, indefinibile meraviglia che non trova più
respiro sufficiente per gridare, che, neanche per iscritto, sa
esprimere ciò che significa rivederlo, riascoltarlo, riviverlo. E
canta proprio “Amara terra mia”, commovente, emozionante, più intensa,
mille volte più intensa  del solito, se è possibile, se pare
credibile. Le lacrime fluiscono da sole, Ermal ha trovato la sua
strada e ha fatto ritrovare la nostra. Ermal si è avvicinato a un
grande, a un capolavoro, con la sua delicatezza, con la sua dolcezza,
con la sua profondità e con l’ascesa, lenta, definitiva fino al suo
falsetto, a quel duetto immaginario con una donna di nome Maria, che
associamo ai momenti più estatici e straordinari  non di un anno, ma
di una vita intera. È esplosione di luce, è scoppio di grida, è unione
di anime. È un fuoco d’artificio instancabile, che entra con tutta la
gentilezza possibile e si fissa lì, senza volersene più andare, con
tutta la potenza del suo sussurro che diventa grido, che si traduce in
vita che esplode in “Grazieeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!” dove
galleggiare: “Grazieeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee” dove sognare:
“Grazieeeeeeeeeeeeeee” dove mormorare “a te, Ermal,
grazieeeeeeeeeeeeeeeeeee  a te”, no con le labbra. Con i singulti di
ogni piega dell’anima, ogni centimetro del corpo è pervaso di vita. È
appena iniziata. Suona. Lui, i suoi lupi, nessuno scudo tra noi, non
ci riesce neanche la sicurezza, che non vuole far avvicinare il
pubblico fisicamente di più ad Ermal,  non importa essere sotto il
palco di più, se il cuore vibra in empatia, non importa neppure se la
presentatrice non può fare questa sorpresa ai fan e al cantante, non
conta nulla, perché il nostro legame non è esteriore, è interiore. E
non si vede con gli occhi, ma si vive con ilcuore: “Mi hanno fatto
talmente tante sorprese, sono tre anni che mi fanno sorprese, di tutti
i tipi” ha sorriso Ermal: “E la sorpresa più bella è ritrovarvi sempre
qui, davanti a me, al mio fianco”. E noi saremo sempre qui, in tutte
le canzoni che vorrai suonare, in tutte le risate che ci farai fare,
in tutte le lacrime che ci farai versare. In tutte le volte in cui, di
nuovo, la tua voce canterà all’unisono con la nostra “Piccola anima”,
“Vietato morire” e “Non mi avete fatto niente”.

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Non vuole scendere dal palco, non si sazia mai delle voci dei suoi lupi, non è sufficiente
una sera per dirci quanto ci siamo reciprocamente mancati. E non
bastano  queste righe, queste pagine, queste parole che vanno a
cercare i sinonimi per dire incantesimo stupendo, stupore
sorprendente, ammirazione sconfinata, amore completo, che si completa,
che ci completa, che  lo completa. Non bastano per descrivere la sua
musica, i suoi sorrisi, le sue sorprese, la sua emozione, è onorato di
ricevere questo premio, ringrazia tutti, il suo pubblico, Meraviglioso
Modugno, la città di Polignano a Mare, la famiglia Modugno e il grande
cantautore che stasera si ricorda “Grazie Mimmo” dice e scrive Ermal:
“Grazie per questo premio. Ne sono onorato”. E nella voce si sente
l’umiltà. Si avverte la gratitudine. E, davanti a quest’uomo, il mondo
intero si commuove, anche Stefano Senardi che gli consegna il premio.
E la voce si riempie di lacrime, per un Artista straordinario, per
quel ragazzino di tredici anni che è arrivato a Bari con troppe cose
sulle spalle e con una pazza voglia di ricominciare, di realizzare i
suoi sogni, di tirarli fuori dal cassetto e di farli diventare veri
uno dopo l’altro. A quel ragazzo che ha lottato contro tutto e tutti,
che ha salito ogni gradino con il suo sudore, che ha  conquistato ogni
centimetro con la sua costanza, che ha guadagnato ogni cuore con la
sua purezza e la capacità sincera  e diretta di arrivare all’anima. A
quel ragazzo che disobbedisce a tutto tranne che all’amore, che ha
avuto la forza di dire che è “vietato morire” e che è possibile, è
sempre possibile, cambiare le proprie stelle, che se non ti piace la
pagina, la puoi sempre strappare. E riscrivere. Ha scritto ogni
parola, ha dipinto ogni nota, ha meritato tutti i premi, tutti gli
applausi, tutto il bene. Anzi, merita molto più, molto più di quanto
questo mondo limitato sarà capace di dargli, ma noi ce la metteremo
tutta, noi parleremo con il cuore in mano, noi scriveremo con l’anima
elevata alla Luna. Ermal canta, Ermal suona, Ermal sogna. Ermal vive.
Ermal  è un esempio per ognuno di quelli che lo ama e per tutti quelli
che non lo conoscono ancora, ma che avranno, spero, la fortuna di
incrociare i suoi passi, di stringere fosse una volta sola la sua mano
e di farsi abbracciare dalla sua grandezza, fosse per un solo istante,
e proteggere dalla sua musica, almeno per un concerto. Per una
canzone. Ma non sarà mai per uno soltanto. Perché, quando lo conosci,
non basta mai. Perché questo mondo cerca di abituarci al male, ma
Ermal ci scombina le coordinate geografiche e temporali, mette in
dubbio l’egoismo, scompagina la resa, l’odio e ci pone in essere la
speranza, la bellezza, il bene. Ermal ci fa credere che il bene è
normale, non il male. Che è la bellezza consueta e quotidiana, non la
bruttezza. A quel ragazzino di tredici anni, a quest’uomo di trentotto
, che ha fatto e farà ancora molto, va questo importantissimo premio,
assegnato direttamente dalla famiglia di Modugno e questo è ancora più
bello. E questo è ancora più significativo. La sua semplicità commuove
tutti, fa ringraziare  centinaia di migliaia di volte il suo cuore
immenso e quella grande donna che è sua madre Mira, per l’uomo che ha
cresciuto, per il figlio che ha visto vincere, per quello che è sempre
stato il suo conforto, la sua spalla, il suo punto di riferimento.
Ermal suona cinque pezzi, contro tutte le previsioni, contro tutti i
timori, contro tutte le impressioni che duri sempre troppo poco, ne
suona cinque, nei venti minuti più belli della nostra vita. E, dopo i
capolavori che gli hanno dato il posto che merita, nell’Olimpo della
musica,  prima della consegna del premio, regala a tutti un pezzo che
è tutt’ora non inciso, di cui non esiste alcuna versione in studio o
su Cd, ma soltanto dal vivo. E i video gli rendono troppo poco
giustizia: è quella poesia piena d’amore che si intitola “Invecchio” e
che ha dedicato alla nonna. “c’è solo il disegno di un angelo che non
vedrò, io non vedrò. Sinuosamente dentro il vortice degli anni che
porto dietro, elegante, io mentirò. Raccontami i colori che non vedo,
invecchio” la pelle ci sussulta dentro al falsetto: “Sinuosamente
dentro il vortice degli anni che porto dietro, elegante, io mentirò.
Raccontami i colori che non vedo, invecchio” e la sua voce dolce che
sussurra ancora: “Cosa c’è, nonna? Niente, amore, è solo che
invecchio”. È il momento di salutarsi, Ermal ringrazia di nuovo tutti
con il premio in mano e nel cuore e, con la certezza che anche lui non
vede l’ora di andare in studio a settembre, lascia il palco. Ci
sentiamo come dopo un concerto, rinati, riaccarezzati, rivivificati.
Ne avevamo bisogno, io, io ne avevo bisogno. Avevo bisogno di tenermi
dentro il benessere che mi lascia, di godermi ogni istante, di
sentirmi di nuovo e completamente bene. Io, noi ne avevamo bisogno, di
fluttuare ancora nella’ria, di lasciarsi ancora trasportare dal vento
di montagna, di sapere che ogni volta, ogni volta è ancora più bella
della precedente. E che  sarà ancora più bella la successiva. Quanto
è bello respirare così a fondo. E sentirsi di nuovo tra la realtà e il
sogno, indecisi se condividerlo con il mondo o tenerselo per sé, se
scriverlo o solo sognarlo, se fermarlo o solo  lasciarlo fluire per
tutte le vene, mentre l’amore si mescola con il sangue. Vivo, piango,
sono felice. E, oggi, scrivo. Ho trovato le parole, non lo so, ci ho
provato. E tre settimane dopo quella sensazione  guida le mie mani.
Oggi ci ho provato, a infilare tra le righe, tutto, senza volerlo
racchiudere, perché è libero. Immenso, troppo grande da rinchiudere.
Le parole non sono catene né ora, né mai, sono solo ali su cui volare,
che si nutrono di tracce di ricordi e di frammenti di aspettative, di
un grazie che si prolunga nel silenzio. E odo ancora l’eco della forza
di cinque canzoni, di venti minuti, di una sola serata, capaci di
restituire pace, tranquillità, serenità, Paradiso ad anime che,
spesso, senza di lui, si sentono perse. Forse il mio è un racconto
sconclusionato, senza capo, né coda, con pochi, sommari dettagli
esteriori. È un racconto di petto, di getto, di trasporto, d’amore. E
l’amore parla la sua stessa lingua. E la speranza si nutre solo di se
stessa. È il mio racconto, il racconto dall’interno, mai dall’esterno,
perché ci sono dentro fino al midollo e la sua voce fa vibrare le
corde della pelle, fa rabbrividire persino i capelli, fa riscaldare
ogni centimetro  di freddo, sciogliendosi dentro il miele della musica
e la poesia delle parole. Questo è un racconto per tutti. Per i lupi,
per chi può diventarlo. Per chi si incanta solo a inoltrarsi dentro le
interiorità e a cercare di capirle. Non portatevi torce, non servono a
niente. Non leggete questo racconto con la testa, se l’avete fatto,
ricominciate da capo, quando siete arrivati a questo punto. Perché non
è un racconto qualunque, non è un articolo oggettivo, è un flusso
forse incosciente di pensieri scritti sulla linea del ricordo e sul
bordo del sogno. Non è un racconto per la mente, certe cose la
razionalità non le può capire, non le può comprendere, non le può
spiegare. È un racconto per ciascuno di noi, innanzitutto per me, non
per la ragione che pretende di comprendere tutto, ma per le anime che
chiudono gli occhi e che volano. E per  i cuori che vibrano forte solo
per aspettare un altro concerto.

© Arianna Frappini,

fan di Ermal Meta

Riproduzione Riservata

 

Fonti:

Social dell’Artista e dei fan

Diretta di  Radio Live del 6 agosto 2019

Motivazioni del premio Modugno 2019 a Ermal Meta

“Amara terra mia”, Domenico Modugno, interpretata da Ermal Meta

“Piccola anima”, “Vietato morire”, “Non mi avete fatto niente”,
“Invecchio”, Ermal Meta

Foto prese da Dario Fazzo e dai social di Ermal