Viaggi di speranza e lidi di futuro


Ma c’è anche chi, fortunatamente, ce la fa. C’è chi riesce ad
arrivare, a solcare quell’immensa distesa che è il mare, che può
diventare abisso, che può divenire ponte, la strada senza le
direzioni abituali, che può portare verso una nuova spiaggia, a una
terra di pace, di libertà, di lavoro, con le sue difficoltà, ma con la
possibilità di ricominciare. Perché, a volte, i sogni si realizzano. È
dura, è difficile, è improbabile, per chi ci crede, non è
irrealizzabile, perché chi lotta può anche perdere, sprofondare,
morire, inseguendo la speranza, ma può anche vincere e contemplare
quei lidi di futuro, camminare di nuovo sulla sabbia, aggrapparsi
ancora alla certezza che, almeno, si può vivere. Che almeno si può
respirare, che almeno ci si può provare. È una nuova terra, così
grande, così immensa, così strana, con tante persone che spesso ti
guardano male solo perché sei di un’altra nazione, perché hai la pelle
di un altro colore, perché professi un’altra religione, perché
dimenticano facilmente di averlo vissuto anche loro e ti voltano le
spalle, che vivono nella loro zona protetta senza voler sapere niente
di te, del tuo dolore oltre lo sguardo, della sofferenza che ti porti
nel cuore, della nostalgia incastrata negli occhi e della voglia di
ricominciare nello sguardo. A volte, capita. A volte, succede. La
gente non vede la verità neanche quando ce l’ha davanti. Ma, dopo
tutto, la gente è strana, è diversa, è spesso indifferente, ma,
altrettanto spesso (si spera anche di più) è pietosa, è comprensiva, è
umana, semplicemente ummana, che ti tende una mano, che ti fa un
sorriso, che ti fa strada e cammina insieme a te. Tu hai lasciato il
tuo Paese, hai attraversato i deserti, hai affrontato il mare, hai
visto l’indifferenza, hai conosciuto l’umanità. Non hai più paura di
niente, nell’anima, hai soltanto l’idea di ricominciare, il bisogno
totale di crederci, di sapere che davvero lavorerai, vivrai in
condizioni migliori, manderai i soldi alla famiglia che hai lasciato a
casa oppure hai portato con te, la vita non è facile, lo sai bene, ma
niente è impossibile se lotti. Se combatti, se ti ritagli un pezzo di
mondo anche per te, se scrivi il tuo nome sul volto della felicità.
Non potrai mai più piantare radici, le hai lasciate laggiù, dove non
hai più niente, dove non sei più gradito, il sapore della tua terra ti
inseguirà ovunque, le tue origini ti resteranno appiccicate alla
pelle, ai polmoni, mentre respiri questa nuova aria. Però, puoi
crescere, puoi nutrirti di sogni, puoi fiorire di nuovo, puoi
profumare di vita, puoi ancora trovare il tuo posto e sentirti al
sicuro. Trovare un cielo dove sbocciare ancora, un luogo dove non devi
più fuggire, non devi più scappare, non devi più piangere. Non devi
più soffrire. E non hai più voglia di partire. A volte, l’orizzonte si
allontana, cadi ad un passo dall’arrivo, ti perdi a un centimetro
dalla meta. Ti vedi togliere tutto, ti vedi sfumare tutte le
convinzioni, a volte, puoi solo chiudere gli occhi e provare a
dimenticare con l’eternità. Ma, a volte, il mare non è così crudele.
Non è distesa silenziosa e spaventosa, non è tomba collettiva
solitaria, ma è il segno evidente e palese, che i sogni non sono
miraggi che scompaiono mentre ti avvicini, ma a volte, li puoi
agguantare, stringere, realizzare. In quella nuova terra, dove non
conosci niente, dove non sai parlare la lingua, dove non ti ritrovi
più, ma dove vuoi cercarti, fino a scoprire di poter essere felice
anche lì. Che quella luce può diventare familiare, che quei volti
possono diventare amici, che quella lingua può diventare la tua. E, se
non ci riesci tu fino in fondo, puòd iventare casa dei tuoi figli, dei
tuoi nipoti, di coloro che verranno, continueranno a venire, a
lottare, a crederci. E ogni fallimento sarà la molla per ritentare. E
ogni caduta sarà la forza per rialzarsi. E ogni arrivo sarà un pezzo
in più di un puzzle che arricchisce il Paese nel quale hai deciso di
riporre tutte le tue speranze e tutta la fiducia che, altrove, hai
perso. E ogni persona che fa un passo in più è un esempio per tutti e
diventa un eroe per l’umanità intera. Perché ce l’ahi fatta, tu hai
potuto, anche gli altri possono, devono, vogliono provare. E
riprovare. E riprovare. La vita non è facile, lo sai bene, non ne hai
mai dubitato, ma niente sarà peggio di ciò che hai lasciato e te ne
fotti delle discussioni di quei politici, te ne freghi altamente delle
strumentalizzazioni sulla sofferenza, non te ne importa niente. Perché
sei superiore, perché hai una disperata voglia di fare, di agire, di
lavorare, di fare qualsiasi cosa, l’importante è dare un senso a quel
viaggio, a quella partenza, a tutto ciò che hai fatto per arrivare.
Pensi a sopravvivere, come ogni persona, lotti a spalla a spalla con i
tuoi. Hai paura di smarrirti, ti aggrappi alle tue origini, alle tue
tradizioni, alla tua fede. E diventa meraviglioso parlare la tua
lingua, in mezzo alla gente, che stenti a capire. Che fa fatica a
capirti. Sei arrivato qui, su questi lidi, con una vita intera nel
cuore, con un passato sulle spalle, con la tua identità integra e
intatta, con la voglia di integrarti, sì, ma questo non deve mai
significare smettere di essere chi sei. Sei un nuovo arrivato, sei uno
di noi, ma, per diventarlo, non hai bisogno di rinunciare a chi sei,
ma lo puoi condividere. Stenti a fidarti, è normale, è difficile farlo
di chi ti giudica, ma datti tempo, troverai qualcuno che ti vede per
ciò che sei, per ciò che puoi rappresentare, per il nuovo fiore che
colori la vita di un nuovo Paese. A volte, ti sembra roccia dura, ma
può anche diventare un cuore che si dilata sempre più, il luogo dove
c’è spazio per tutti, e più persone arrivano, più è colmo di
sentimenti e gioia. Non avere paura, non temere, ci sono tante
difficoltà. Passerà del tempo perché ti giudichino per ciò che fai,
per quello che vali, per la bellezza che porti. Molti e per tanto
tempo ti vedranno solo per ciò che vorranno, per una minaccia che non
sei, per un pericolo che non rappresenti, per colpevole di ciò che non
hai mai commesso, solo perché altri del tuo Paese o della tua cultura
(che tu, probabilmente, non hai neanche mai visto) hanno fatto
qualcosa di brutto. Per troppo tempo, dovrai vedere come ti accostano
a delinquenti, a criminali, per dire che siete tutti uguali, ma tu non
badarci troppo. Immagino che faccia male, ma non giustificarti, non ne
hai bisogno, fa la tua vita, vinci la tua lotta, trova il tuo posto.
La gente capirà e, se non capirà, non deve scalfirti, non deve farti
ancora più male. Ti farà rabbia, sì, fallo, è un tuo diritto, ma, se
ti può consolare, pensa che c’è anche altro, la gente diversa, la
gente amica, la gente che forse non potrà mai comprenderti, ma potrà
provare a capirti. Non farti rovinare da chi non sa o non vuole
sapere, ce l’hai fatta, hai affrontato la parte più difficile, ora,
credici. Lavora, studia, trionfa. E cancella i pregiudizi con il tuo
sudore. A volte, non basterà. E gli altri innalzeranno un muro, tu
scavalcalo, se ti impongono barriere, tu impara a volare. E prenditi
ciò che ti spetta, come ogni essere umano: hai il diritto di essere
felice e chi ti ospita ha il dovere di aiutarti. Se non lo fa, non
smettere di crederci per questo. E, se nessuno ti tende la mano, tu
allunga il passo, per arrivare, anche se con il fiato corto, alla
meta. A volte, è necessario pensare a sé, soltanto a sé, e risalire
controcorrente, quando tutti ti vorrebbero sconfitto, ma tu sei un
eroe. Non sarà facile, ma non è impossibile. Sii te stesso, sempre,
orgoglioso delle tue origini e fiero della tua cultura. Integrati,
certo, sì, ma non vergognarti mai di dimostrare chi sei e in cosa
credi, anche se è difficile, anche se è un mondo globalizzato che
tenta di omologare, resta diverso. Concilia tutte le parti di te, sei
un capolavoro meraviglioso e ogni macchia di colore, ogni pagina, come
in un dipinto, come in un libro, contribuisce a farti ancora più
bello, irripetibile, indimenticabile. Hai fatto un’esperienza che ti
condiziona, dimentica il dolore, ma non scordare la determinazione.
Cancella la sofferenza, ma tieniti la fierezza. E la sensazione di
avercela fatta, indipendentemente da tutto il resto, dal mondo che ti
volta le spalle. E che cerca di rinchiudere i sogni. Ma non è
possibile, in nessuna parte del mondo, e non c’è catena che possa
legare la speranza. Resta chi sei. E fallo accanto a noi. Possiamo
diventare amici, le nostre strade si possono incontrare e saldare per
sempre, possiamo reciprocamente influenzarci, aiutarci, salvarci. La
vita è più forte di qualsiasi cosa, anche della morte, anche della
porta chiusa. Per ogni porta sbarrata, ce ne sarà un’altra spalancata.
Per ogni cuore serrato, ce ne sarà un altro aperto e disponibile. Non
avere paura, non dubitare, non celarti. E, se puoi, se ce la fai,
ignora quegli sguardi taglienti, disperdili, fa che ti scivolino
addosso. E prendi il meglio, l’umanità in altri occhi, l’amicizia in
altre mani, la vita in altre anime. Abbi pazienza. So che hai
sopportato già abbastanza, che ce ne hai avuta a sufficienza, che hai
combattuto l’inverosimile. E me ne dispiace. Ma, per favore, abbi
costanza, abbi fede, non ti arrendere davanti a i no, insisti fino a
che non troverai un nuovo sì. Sì, ti assumo. Sì, gioco con te. Sì,
sì. Sì. Sì, ascolto la tua storia. Sì, riconosco i miei desideri nei
tuoi. Sì, sì, camminiamo insieme, sì, sì. Ti do una mano se posso, sì,
voglio che mi racconti quello che sai. Sì, ti voglio bene, sì. Non
smettere di cercare. Troverai ciò che desideri, ma, ti prego, sei
molto forte, ce la puoi fare, scorgi la luce anche nel buio. E abbi
pazienza con questa gente ignorante, che non comprende neanche se
glielo spieghi. Tu non dare loro troppa importanza, non sofffermarti
troppo nel loro odio, vivi con l’amore. Combatti per ciò che è giusto,
se gli altri non lo riconoscono, è un loro problema. Non il tuo.
Forse, ti aspettavi altro, credevi che fosse più facile, ma purtroppo
non lo è. E non è colpa tua, solo nostra. Tu non demordere, anche se
ci saranno mille persone che non ti riconosceranno mai un merito anche
se ce l’hai e ti sobbarchi di fatica, tu ignorali. Fa male, lo so, ma
tu non smettere di pensare che ci sono altri mille che sanno quanto
vali e basterà solo che tu li incontri. Se non ti sei compreso, sappi
che c’è chi ti comprende. Se ti senti solo, non smettere di credere
che c’è chi, forse nel suo piccolo, cerca di donare il cuore. E di
mettere a disposizione ciò che ha, per alleviare le ingiustizie del
mondo. Io ci sono. Anche se non mi conosci, anche se non mi incontri,
sappi che ci sono. Che ti ammiro profondamente, che invidio il tuo
coraggio, che io non so, se fossi al tuo posto, se lo avrei. Che mi
complimento per la tua forza, per la tua resistenza, per la tua
determinazione. E che, tra queste pagine, racconto la tua storia, che
può essere quella di ognuno di noi. Perché è quella eterna
dell’umanità che lotta quando sembra tutto perduto, che vede la luce
quando sembra tutto buio, che crede nei sogni, anche se sono più i
fallimenti che le vittorie. E la storia che ho deciso di raccontare
oggi è nata dalla penna di un sorprendente Eric-Emmanuel Schmitt,
capace di penetrare storie complicate e di farlo con un candore
purissimo, che non rifugge l’asprezza, che non ignora il dolore, che
si immerge completamente nella morte, nella distruzione, nella guerra,
nella rabbia, nella solitudine, senza mai perdere la speranza, senza
mai rinunciare alla vita che richiama solo la vita, senza alcun
filtro. Senza alcuna scusante. E senza l’insopportabile etnocentrismo,
che troppo spesso caratterizza l’Occidente tronfio e talmente convinto
della propria presunta superiorità in tutto, da non vedere che i
difetti altrui. Lo scrittore francese, invece, con mio immenso
sollievo, è di un’altra pasta e racconta la storia dai protagonisti,
dall’altra parte, dalla sponda di chi soffre, di chi viaggia su mezzi
di fortuna, di chi ogni giorno inventa il modo di sopravvivere, di chi
abbbandona i documenti, per la paura di essere rimpatriato e
ricominciare tutto da capo, in un improbabile secondo viaggio, in
un’odissea che va fatta una sola volta, perché le successive
potrebbero essere fallimenti. E si potrebbe cadere in un qualsiasi
punto,da dove la prima volta ci si è rialzati. Il suo personaggio è
ognuno di noi. Un giovane pieno di speranze, di aspettative, di sogni,
che è messo davanti alla crudeltà della guerra e di un’invasione
causata da quegli stessi mezzi economici che, nella nostra fortunata
porzione di mondo, creano benessere. È una storia straordinaria, fatta
di tanti attimi di vita, dolci, duri, al limite dell’abisso, in cima
alla felicità, è una lenta ascesa verso la meta, che si nutre dei
sentimenti, che si alimenta dei ricordi, che si regge con il bisogno
sempre impellente di partire, finché non hai più voglia di viaggiare e
hai la sensazione di essere arrivato dove volevi e dove tendeva tutto
ciò che possiedi, quel poco denaro che hai, e tutta la tua vita. E,
mentre tratta un tema scomodo alla ricchezza, lo scrittore ci
racconta una splendida favola, un’avventura reale, che non ha nulla di
mitico, ma è tremendamente e incredibilmente umana, molto vicina,
molto vera, significativa al punto di meritare un posto speciale tra
libri di scrittori occidentali, che provino ad avvicinarsi
all’Oriente. Quelli che lo fanno senza egoismo, senza presunzione, con
dolcezza. E scavando molto a fondo più di quanto non abbiano fatto
altri. Non potrà mai raggiungere l’efficacia di un libro di quella
cultura araba, di cui si può restituire la completa bellezza solo se
ci si è nati e vissuti, ma sostiene la prova con onore e vince la
sfida con incantevole e indubbia meraviglia. Forse, i dettagli
esteriori, per così dire esotici, sono pochi. Ma il modo in cui sono
disposti e fusi inestricabilmente ai pensieri e ai sentimenti fa
confermare la prima positiva impressione del talento di questo
scrittore, che ci aveva già rischiarato l’universo, con quella
bellissima storia di amicizia tra il bambino ebreo e il commerciante
arabo.

È “Ulisse da Baghdad” il titolo di un così profondo, singolare
romanzo. E, mentre prova a inoltrarsi in altre realtà culturali, scava
dentro l’anima di Saad Saad, in prima persona. E, dall’incipit, ne
capiamo subito il tono, le direttrici, i temi. Perché Saad Saad ci
confessa che il suo nome in arabo significa speranza speranza, mentre
in inglese triste triste. E tutto si muove lentamente da questi due
estremi, fino a capire che, in fondo, sono legati e si confondono nel
disegno imprevedibile della vita. E che se vuole far scomparire le
verruche sul suo piede, deve davvero trovare loro un nome proprio come
dice il padre. E, alla fine, davanti a una fontana londinese, il nome
sarà il suo. Perché tutti noi, a partire da Saad, dobbiamo combattere,
anzitutto, contro noi stessi, le nostre paure, i nostri limiti, i
nostri dolori. E credere nonostante tutto alla speranza, anche in
mezzo alla tristezza. Da Baghdad a Londra, Saad conosce la vita. La
difficoltà del viaggio un passo dopo l’altro, con la voglia di
farcela per la madre e le sorelle che ha lasciato nella sua città
natale, assediata dagli americani, sconvolta dalla guerra, sconsolata
dagli attacchi terroristici, che non gli lascia la possibilità di
realizzare la sua vita, di completare i suoi studi di giurisprudenza e
di sposare la sua donna, che , anzi, gli strappa ciò che ha di più
caro: l’amata Leila sotto un bombardamento e l’adorato padre ucciso
davanti ai suoi occhi. Non esiste pace per un figlio che ha assistito
a una cosa del genere e Saad vorrebbe fargli giustizia, affiliandosi a
un gruppo di terroristi, ma le loro regole e la loro crudeltà sono
una soluzione fin troppo drastica, che lo spaventa, che non assicura
certo la pace, che non può riportare, in nessun modo, suo padre in
vita. Così, si allontana da quel vuoto, per scegliere altro. E la
decisione che si trova a prendere , su consiglio della madre, è
tristemente necessaria, allettata da una prospettiva di una vita
migliore, d condizioni migliori, di un futuro possibile. Ma non è
solo. È con i suoi ricordi, i suoi timori, i suoi piedi. Con tutta la
varia umanità che incontra sul suo cammino, con l’amicizia che
allieta anche il viaggio più insopportabile, con l’amore che salva
quando meno te l’aspetti, con la generosità umana che spesso ripara
la rabbia delle ingiustizie e la cattiveria della solitudine e
soprattutto con un padre che non lo lascia mai e continua a proseguire
con lui, anche se solo come fantasma, come ombra frutto dell’affetto,
dell’immaginazione o, forse, solo di una realtà che va al di là di
ogni comprensione, non disdegnando un pizzico di fantasia, se così si
vuole chiamare, ma non allontanandosi mai del tutto dalla cruda realtà
esposta alla luce, al mare, ai rischi, al naufragio, ai centri
d’accoglienza senza organizzazione che diventano più prigioni che
sostegni, a una spiaggia sconosciuta, a tante mani e occhi pronti a
tendersi e all’altra parte del mondo che ignora e preferisce voltarsi
altrove e rimpatriare chi ha provato a mettersi in regola con i
documenti, ma non ce l’ha fatta per colpa di un sistema complesso,
che dimentica troppo spesso l’umanità. Le sue esigenze, le sue lotte,
le sue fatiche per conquistarsi un piccolo centimetro, che, a volte,
deve solo accontentarsi di non arretrare, se non è possibile di
avanzare. Che non si adatta a quell’umanità che soffre, che lotta nel
silenzio e nell’indiferenza. Che non dà speranza ai sogni e
condannerebbe Saad ad essere solo triste, ma lui ci crede. Fino
all’ultimo. Sempre. Dall’Iraq, all’Egitto, su una macchina di due
strani tipi, che, in realtà, trasportano droga, anche se lui non lo
sa. Dalla terra al mare. Dai camion alle navi. Saad viaggia sempre
con persone diverse e con il costante supporto del padre, che mano a
mano, abbiamo modo di conoscere, quasi non fosse evanescente, ma
ancora vivo, molto stravagante nel suo modo di parlare, coltissimo e
fantasioso nelle definizioni e negli appellativi afettuosi al figlio,
come “carne della mia carne, distillato di stelle”, che fanno
sorridere, ma fanno anche capire il suo immenso amore per la famiglia
e la sua grande saggezza imperitura alle difficoltà della vita. Saad
continua a crederci insieme al suo amico Bub, un viaggiatore come lui,
un altro ultimo. Dai lavori presi per fortuna, ai permessi non
concessi e non trovati, dai modi più vari per sopravvivere, anche
sopportare l’assordante concerto dell’esagitato gruppo musicale (se
musica si può chiamare quel baccano) le Sirene. Dalla Libia, alla
Tunisia, a Malta. A un naufragio, a cui non si è mai preparati, alla
barca che si ribalta, all’amico Bub che gli sfugge dalle mani, perché
non sa nuotare. E a stento Saad annaspa nel buio, sperando di trovare
un po’ di luce. E la trova sulle spiagge dell’Italia, dopo aver
riaperto gli occhi su questa nuova giornata, nella generosità e nella
dedizione di una donna del luogo, Vittoria, con la quale intesse una
dolce, strana storia d’amore. Strana perché ha l’impressione di non
essere a casa, di aver sviato dalla carreggiata, di essersi fermato
invano. E perché, dopo tutto, ha ancora la certezza di amare Leila. E
la gratitudine o la preoccupazione per una persona non sono abbastanza
per passarci una vita intera. Saad non è ancora arrivato, ricomincia a
scappare, cercando di superare gli ostacoli del sistema, interrogatori
estenuanti, nuovi metodi per sorpassare i confini, sotto le ruote di
un camion, che danno la vaga idea di quanto si possa patire, davanti
al mondo che dà troppo ad alcuni e troppo poco ad altri. Quando
finalmente arriva in Francia, ad un passo dalla Manica, si ferma un
attimo a guardare la spiaggia, un altro mare, la meta sembra così
vicina da essere irreale. E l’apparizione che si concretizza
all’orizzonte sembra frutto di un sogno, di una di quelle scene
difficili da descrivere, degne solo delle sorprese che, a volte,
questa esistenza sa fare. Degli imprevisti regali che questa vita,
dimenticandosi per un attimo di imporre prove continue, ci concede un
attimo di tregua. E la ritrovata felicità su cui non contavamo più,
come un amore che credevamo di aver perduto irrimediabilmmente e
invece appare lì nell’ultimo posto che immagineremmo, in tutta la sua
bellezza, in tutta la sua forza, in tutto il suo coraggio. Saad, sulla
spiaggia, vede Leila. Non flebile immagine dei suoi ricordi, sfumata
nella tristezza, no, proprio lei, Leila, reale, viva, non si trovava
quel giorno a casa quando il bombardamento le ha tolto tutto quello
che aveva, non ha mai potuto mettersi in contatto con il suo amato. E
quando ha mandato il cugino Hamid ad avvertirlo, Saad si trovava in
una specie di delirio, trascinato dalla voglia di vendetta, assetato
dalle promesse dei terroristi, deciso a fare giustizia a suo padre, da
spaventare e scoraggiare il messaggero. Anche Leila ha molto
viaggiato, sola, senza i suoi genitori, ha combattuto, ha lavorato, è
arrivata in Francia e ha cercato di mettersi in regola con i
documenti,. Saad e Leila, come succede nelle favole, possono davvero
vivere il loro amore e progettare insieme di fare l’ultimo tratto del
viaggio, fino all’Inghilterra, fino alla sospirata Londra, dove
costruirsi una famiglia. Ma la vita non sembra averne abbastanza. E
quella notte illuminata dalle stelle che dovrebbe essere un nuovo
inizio è un altro ostacolo, un inciampo dopo l’altro, quando cade di
colpo tutto. La polizia fa irruzione nel luogo di pernottamento di
Saad e Leila, c’è grande confusione, si corre, non tutti riescono a
scappare. E quelli fermati senza documenti vengono sbattuti in
carcere, colpevoli di aver difeso la propria lotta, che diventerebbe
vacua, se tornassero indietro, mentre chi ha cercato di mettersi in
regola, come Leila, in uno strano, maledetto scherzo del Destino,
viene rimpatriato. Saad è demoralizzato, deluso, arrabbiato, insieme a
ognuno di noi. È finalmente a Londra, ha cominciato a lavorare e
coltiva dentro di sé il sogno, con la forza che solo l’amore può dare,
di poter ricongiungersi con Leila, che lei si possa mettere di nuovo
in viaggio e arrivare per sempre da lui, senza che qualcosa o qualcuno
li possa ancora separare.


© Arianna Frappini

intellettuale orientalista con particolare

interesse per la cultura araba


RIPRODUZIONE RISERVATA


Fonti:
Suggestioni personalmente elaborate da un’intervista di Ermal Meta
(che ha detto che il mare non ha strade, tutte le direzioni sono
valide, come la musica) e da “Le ali spezzate” di Khalil Gibran
(“scrivere il nome sul volto della vita”, qui il volto diventa della
felicità)
“Ulisse da Baghdad”, Eric-Emmanuel Schmitt, Edizioni e/o, Roma, 2010,
ISBN: 9788876418952