Tra Fantasia e Realtà : L’adattamento cinematografico delle “Mille E Una Notte”

Da sempre, l’arte richiama l’arte, la bellezza attira la bellezza, da una storia può nascere un’altra storia. Da sempre, tutte le forme d’arte si influenzano a vicenda, si intrecciano, si confondono, si uniscono in nuove combinazioni originali, si ispirano e si cambiano, ognuna, con il cuore proprio di chi ha una storia tra le dita. L’arte ha tante forme, eppure l’arte è sempre la stessa. L’arte può esplicarsi in mille modi, ma resta sempre la stessa generatrice di vita, di speranza, di luce, di benessere, prima di tutto, per chi l’ha in mano, come il dono di natura più grande che si possa ricevere, come il regalo più grande che si può fare, come una pianta che va coltivata, instancabilmente innaffiata, perché può sempre diventare più rigogliosa, come il segreto per raggiungere la felicità, per fare del bene. L’arte è letteratura, musica, pittura, scultura, cinematografia. Eppure, l’arte è, in tutti questi casi, nella definizione più bella che sia mai stata data, uscita dal cuore di un grandissimo artista, il mio cantante preferito, Ermal Meta, “un’eccedenza spirituale”, per lui, ciò che non riesci a contenere dentro e allora lasci andare nel mondo, mentre prende altre fo r me, per ognuno quella che è più consueta e familiare. Per lui, canzoni. Per altri, libri, quadri, film. Ed è meraviglioso come quelle eccedenze spirituali, sostanze diventate forme, si confondano e spesso da una canzone, può nascere un quadro, da un libro una canzone (come gli capita spesso), da un libro, un film o viceversa, da una storia un’altra, da una parola fiumi di parole, da una melodia fiumi di luce. L’arte, lo dicevamo, richiama sempre l’arte. Il bene sempre il bene, la bellezza sempre la bellezza. E, volendo seguire un ramo degli infiniti modi in cui le forme artistiche possono farsi reciprocamente del bene, scambiandosi le energie e donandosi la loro parte migliore, personale e universale, ci inoltreremo insieme nel campo dove ho più elementi per parlarne e più grandi torce per illuminare il cammino. Vi sarà capitato, come a me una quantità di volte che non le conto più, di leggere un bel libro oppure di vedere un bel film e di scoprire che queste due forme artistiche sembrano inevitabilmente legate, come se fosse un’equazione matematica (certo un po’ particolare e pur sempre artistica), pressoché infallibile. E la cosa forte è che accade sul doppio binario, rifletteteci un attimo. Davanti a una bellissima storia, interpretata da attori bravissimi, sul grande o sul piccolo schermo, che tocca qualche parte nascosta di noi, facendoci commuovere, facendoci star bene, trasmettendoci qualcosa in più che semplice divertimento, qual è la prima cosa che pensate? O perlomeno a me succede puntualmente così: che bel film, dico, vuoi scommettere che c’è un libro dietro? Detto e fatto, vado a verificarlo ed effettivamente c’è proprio una storia su carta che ha ispirato la storia su pellicola. D’altra parte, cosa pensi quando leggi un bellissimo libro, un piccolo o grande capolavoro? Che ti piacerebbe vederlo rappresentato al cinema o in televisione. Insomma, provi l’intenso desiderio di vedere quei personaggi prendere vita, che abbiano un volto, una voce, un’identità ancora più definita, come vedere i propri pensieri concretizzati davanti agli occhi. E la cosa fantastica è che, il più delle volte, scopri che quel film già esiste. E, se non esiste, non puoi far altro che sentirti piuttosto amareggiata. Non che un bel film e un bel libro si corrispondano sempre o che uno generi automaticamente l’altro, non esiste l’automatismo, stiamo parlando di arte, non di scienza, ma accade il più delle volte. E, in ogni caso, non è mai una corrispondenza perfetta, né egualmente riuscita. Diciamo che quando hai visto un bel film e poi vai a leggere il libro da cui è stato tratto, è quasi impossibile che tu rimanga delusa, anzi, quasi sicuramente approfondirai degli aspetti che, nel film, sono stati inevitabilmente compressi, accorciati, riassunti. Ma al contrario, non va sempre così bene. Anzi, da un bellissimo libro (e il più delle volte è così, poi ci sono sempre le eccezioni, ripeto, parliamo di nutrimento dello spirito, di creazioni umane, soggette all’errore, non di numeri che si equivalgono per forza di cose, insomma due più due, in arte, non fa sempre quattro), nasce un film indegno, che, per chi lo giudica da fuori, può anche apparire come un capolavoro, ma, per chi ha letto il libro, sarà sempre abbastanza deludente. Probabilmente per il semplice fatto che il libro racconta in pagine e pagine, quando il film deve comprimerlo in qualche ora, di solito sotto a due. Un compito ingrato, insomma. E anche abbastanza difficile. Che lascia sempre un non so che di insoddisfazione in chi ha letto il libro e vede il film, per quanto lo ha desiderato. E trova sempre qualcosa che non va, per quanto sia stato fatto bene. Gli dispiace che manchi un dettaglio, che sia stato tralasciato un passo fondamentale, ecc., ecc. A volte, capita anche, benedette eccezioni, che non solo il film accontenti il lettore insaziabile, ma che lo sorprenda, perché riesce a partire da una storia e a crearci accanto una fitta rete di corrispondenze, come di tratti originali, combinando altre storie, altri racconti, altre influenze, altre suggestioni, finché il film e il libro in questione sono anche piuttosto distanti nella forma, ma intimamente legati nella trama, come prendere un’idea e svilupparla, personalizzarla, arricchirla, fino a che devi per forza apprezzarli entrambi, i cui fili si intrecciano e potrebbe tornare un elemento che tanto ami e al quale tanto tieni, nel momento in cui meno ti aspetteresti, oppure ti rendi conto di cose, di interpretazioni, di letture che non avevi colto a prima impressione, in un gioco di fantasia e realtà, in cui l’arte, seppure d’altro tipo, veramente riproduca l’arte di un altro tipo, entrambe di altissimo livello. Mi è capitato una sola volta. Che uno dei miei libri preferiti diventasse anche uno dei miei film preferiti. Di un fascino immortale. Imperituro alla ruggine del tempo che passa. Così potente, così decisivo, così incantevole, che tutto ciò che parte da lì ha buone probabilità di diventare altrettanto affascinante e meraviglioso. Parlo del capolavoro della letteratura araba, le “Mille e una notte”, il cui fascino ho usato per esemplificare l’esotismo, la cui magia riassume in sé tutta l’attrazione intensa di un intero mondo, perché è un libro inevitabilmente culturale, che ha le sue radici nei luoghi incantati di un Oriente, che conosciamo troppo poco, e anche incredibilmente universale, perché il potere della parola, così importante, così plasmabile, così carica emotivamente, molto più di un gesto, che può curare, come distruggere, è senza tempo, senza spazio. E qui salva la vita.

La storia di Sherazade, l’astuta e coltissima principessa, che riesce a salvarsi da morte certa, solo con la capacità di parlare e di narrare storie meravigliose valica i confini. Non solo spaziali, non solo temporali, ma anche artistici. Confini profondi e confini assai labili, come questi ultimi, perché, lo ripeto , l’arte richiama l’arte ed è facile che dalla letteratura arrivi al cinema. La storia di Sherazade e del suo coraggio è diventata un film, una miniserie televisiva intitolata “Le mille e una notte – Aladino e Sherazade”, divisa in due puntate, trasmessa su Rai 1 il 26 e il 27 novembre 2012, disponibile in Dvd, che avrò visto perlomeno una decina di volte. Non aspettatevi, però, di trovare le storie delle “Mille e una notte”, di cui abbiamo tanto parlato, non ce ne sono o, comunque, non ci sono mai per intero. Ci sono degli elementi di queste che si intrecciano, che si combinano, che si richiamano, che si ritrovano, che saltano fuori al punto in cui penseresti di essere più lontana dalla storia originale. Ma quello che sicuramente troverete è l’impianto di fondo della trama e della struttura: una donna che, attraverso le storie, si salva la vita e le racconta per mille e una notte. E la donna in questione è la principessa Sherazade, che parla con il proprio interlocutore, che, in realtà, è suo marito, sia nel libro, sia nel film, e finisce per farlo innamorare (per la prima volta o di nuovo), mentre dona pace al suo spirito tormentato da vecchi rancori, nel libro, o da un incantesimo che gli ha fatto perdere la memoria, nel film. Per il resto, il film cammina in un viaggio parallelo. A tratti, l’ho detto, tornano gli elementi più imprevisti e già conosciuti dalla lettura, come ad un certo punto, spunta la lampada magica di Aladino. Altrimenti, il film è fatto di tanti pezzi, , che compongono un mosaico originale e accattivante, che ha in sé la storia del capolavoro arabo, che si interrompe sempre sul momento più bello, costringendo l’interlocutore a risparmiare la principessa ancora per una notte, sia di altre storie d’Oriente, e, insieme, la struttura della fiaba tradizionale occidentale, con protagonisti, antagonista, aiutante e oggetto magico, che abbraccia, insieme, la realtà più cruda, che non risparmia la povertà, la sofferenza, il dolore per una perdita o un’assenza, il lavoro pesante, la schiavitù, l’inganno, la solitudine, il vagabondare senza trovare una meta, la crudeltà, come la gelosia, che parla dell’amore più puro, come della seduzione più fisica, e la fantasia più sfrenata, la magia, quella a fin di bene e quella per fare del male, che spesso si scambiano di posto, pericolosamente, in un confine sottile, che solo l’intelligenza umana può discernere ed evitare di fare enormi sbagli o, altrettanto spesso, solo il cuore può richiamare dall’orlo del baratro, a un passo dal cadere e perdere tutto. È un film dalla doppia faccia, come due sono sempre le facce della medaglia: ricchezza e povertà, egoismo e generosità, odio e amore, voglia di vendetta e desiderio di giustizia, sottomissione cieca e libertà indomabile, vigliaccheria e coraggio, razionalità e istinto, realtà e fantasia. E, in tutto ciò, ed è questo il vero miracolo di questa miniserie, riesce a riprodurre il fascino del mondo arabo con le parole, le immagini, la musica, i nomi, non tralasciando proprio niente e componendo un quadro veramente completo ed esaustivo. Insomma, rimani affascinata leggendo le “Mille e una notte”, incredibile, ma vero, resti affascinata anche guardando le “Mille e una notte”, anche quando ti sembra che non abbiano niente in comune, se non il nome della protagonista. Quindi, iniziamo. Avvisandovi che non sarà, come può sembrare, una ripetizione, ma una nuova inedita lettura delle “Mille e una notte”, così come le conosciamo e le narriamo. E il modo di procedere è assolutamente nuovo. Presentiamo i personaggi, così diversi, così unici, a volte così nobili, altre volte così meschini, mirabilmente tracciati dalle loro parole, dai loro gesti e dai giudizi che ne dà la narratrice, che, spesso, ci illumina nella storia intricata, come nelle identità mai semplici, sempre complesse e per questo incredibilmente umane, credibili, verosimili. Partirei proprio da lei.Sherazade, interpretata da Vanessa Hessler, figlia del califfo di Baghdad, è la narratrice saggia, colta e coraggiosa che va alla ricerca del marito Aladino, vittima di un incantesimo, che gli ha fatto perdere la memoria, condannato a non ritrovarla mai e, se mai ella lo dovesse ritrovare, a non riconoscerla e a ucciderla. Sempre accompagnata dalla fedele serva Shirin, Sherazade visita tutti i castelli dei dintorni, trovando finalmente il proprio sposo in un principe sanguinario e spietato, tormentato dalla gioia che sente di aver perduto, pur non ricordandola, che vive nella sua ostinata, dolorosa solitudine, che odia la luce e la compagnia e la minaccia di morte, come a chiunque altro osi avvicinarsi. Ma Sherazade è pronta a mettere a disposizione tutta la sua cultura, tutta la sua capacità della parola, come un’incrollabile fede nella’more, più forte dell’odio, per salvarsi la vita e farsi riconoscere dal proprio amato. Ma la principessa non è sempre stata così saggia, né così forte. È cresciuta molto, per le diverse peripezie, e questa Sherazade matura e innamorata, dell’amore che non si arrende, è molto diversa dalla Sherazade viziata, superba, altezzosa dell’inizio. Certo, sono la stessa persona, ma nel frattempo, la principessa ha imparato cos’è la povertà, cosa significhi sudare ogni pezzo di pane guadagnato, che valore abbiano le cose, solo dopo averle perdute, cosa siano l’umiltà, l’aiuto reciproco, la felicità. Quale sia la ricchezza che conta davvero. Certo, non è neppure del tutto colpa sua, se è viziata e superba. Ha perduto la madre in circostanze tragiche e la sua assenza continua a pesare sul suo cuore, come su quello del padre, che vuole solo proteggerla e finisce per limitare i suoi spazi di libertà. Certo, Sherazade ha tutto ciò che desidera, fuorché l’amore vero. Ha tantissimi libri, pratica gli studi che, a quel tempo, erano riservati agli uomini, possiede una biblioteca solo per sé e una serra enorme, è ricoperta di gioielli, è istruita dai migliori maestri, ma non conosce la pietà. E il suo bisogno d’amare è uno squarcio nel cuore che minaccia di allargarsi sempre di più. Lo steso che la spinge ad uscire dal castello, alla ricerca della sospirata libertà, che sente di non avere, come dell’altra metà della sua vita. La troverà, proprio in quella notte stellata. Ma, a causa della sua alterigia, non sarà capace di seguire il cuore quando sarà il momento e finirà per respingere il suo amato, nonostante abbia risposto correttamente all’indovinello, che aveva inventato per allontanare i suoi pretendenti. E poi per perdere le persone a cui teneva di più. Non solo l’amato, ma anche il padre. E, insieme, tutti i suoi privilegi. Costretta a fuggire dalla matrigna e dall’amante di questa che, come uccidono il padre, , vogliono ammazzare lei, Sherazade cambierà, Sherazade crescerà, sarà obbligata ad essere una schiava dei predoni, si farà calzolaia, come Aladino, e, alla fine, sarà solo ciò che voleva sempre essere, senza saperlo. La sposa di chi ha sempre amato.Aladino, interpretato da Marco Bocci, è il protagonista maschile, ha un doppio ruolo nella storia, è insieme il principe sanguinario tormentato che non riconosce sua moglie e il giovane amato della principessa, che vive nella storia, come nei ricordi della sua sposa, e in un passato, che, forse, potrà ricordare. Sherazade ce lo presenta come un calzolaio, che vive nel quartiere più povero della città, ma che non manca mai di essere generoso con chi è ancora meno fortunato di lui (regala un paio di stivali a un mendicante), che non ha potuto studiare per mancanza di mezzi economici della famiglia, ma che fa tesoro di ogni esperienza, per arricchire il suo sapere, che è naturalmente curioso, romantico, un sognatore che spera di ottenere qualcosa in più dalla vita, che racconta la storia della lampada alla sua sorellina, senza sapere che un giorno la troverà davvero. È coraggioso (salverà la vita della principessa) e molto tenero, ama Sherazade e per lei si finge principe, pur di essere accettato, ma, rifiutato, fugge lontano, vulnerabile e ingenuo, che non è capace di vedere il male, neppure quando gli si presenta davanti agli occhi, mascherato dalla bellezza fisica della maga Namuna. Ma la sua vera natura, intimamente buona e portata a fare del bene, finirà per vincere su qualsiasi ostacolo.La strega Namuna, interpretata da Paz Vega, è l’antagonista della storia, ammaliante e affascinante, che attira nella sua rete di seduttrice Aladino, approfittando spudoratamente del fatto che abbia già sofferto per amore. È falsa e artificiosa, come il suo palazzo, che finisce per crollare, con la sua fuga e quella dell’uomo che dice di amare. E, per questo dettaglio, mi ricorda Armida, la maga della “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso, che costruisce il suo nido d’amore perfetto, in un giardino bellissimo e in un palazzo incantato, che non sono che un’illusione, destinate a rompersi, quando l’amato fugge e, al loro posto, non restano altro che sterpaglie. D’altra parte, però, Namuna mi ricorda anche Circe, la maga dell’Odissea, che trasforma i suoi amanti in maiali. La migliore definizione di Namuna viene data da un personaggio singolare, che sarebbe il genio di Avacur, che racconta come lo abbia avvicinato con l’inganno, solo per fargli rivelare dove tenesse nascosta la lampada magica e, non avendo l’informazione, lo aveva trasformato in pappagallo. E quando Aladino gli chiede perché Namuna sia così cattiva e faccia azioni così crudeli, il genio risponde “perché vuole l’amore vero, quello che le faccia battere il cuore. Il vero problema è che lei un cuore non ce l’ha”.Mahmud, il genio di Avacur, interpretato da Massimo Lopez, come anticipavo, è veramente un personaggio singolare. La prima cosa particolare è il suo soprannome. È piuttosto evidente che venga chiamato il genio di Avacur (Avacur è il piccolo paesino desertico, nel quale è nato), per le sue indubbie capacità botaniche, dato che si è sempre occupato di quel ramo della scienza, ritirandosi, ad un certo punto della sua vita, in un vecchio castello, per dedicarsi agli esperimenti della coltivazione delle fragole. Tuttavia, essendo colui che ha trovato, usato e poi nascosto la lampada magica, è come se diventasse il genio della lampada stessa. L’unico che ne conosca i segreti, i pericoli, i limiti. È il miglior personaggio di tutta la storia, detentore della saggezza dettata dall’esperienza e dell’ironia dettata dal suo carattere naturalmente allegro e divertente, che, insieme, spezza l’atmosfera, che diventerebbe troppo pesante, del racconto con le sue battute e il suo comportamento un po’ comico (come quando, nel tracciare la mappa per ritrovare la lampada, confonde l’est e l’ovest!) e, insieme, dà una svolta decisiva alla storia, quando sembra tutto bloccato, dopo l’incantesimo di Namuna. “L’odio è potente” dirà a Sherazade disperata per la perdita del suo sposo “Ma non lo è mai quanto l’amore”. E sarà lui a consigliarle come agire. E sarà lui che, alla fine, concluderà la storia, dove quella di Sherazade si è interrotta.Jasmine, interpretata da Raffaella Rea, diventerà amica di Sherazade, salvandole la vita, si spaccerà per sua sorella, per impedire ai predoni di ucciderla, ed è il personaggio più vicino a Dinarzad (la sorella di Sherazade nel libro). Era una ballerina che lavorava in una taverna di Qum, vittima delle angherie e delle ire del padrone, che, un giorno, deciderà di scappare, di correre attraverso le montagne. “Fuggivo da una vita di solitudine e di soprusi” narra Jasmine, nella tecnica, ancora una volta riuscitissima del racconto nel racconto. Solo qualche tempo dopo, si scoprirà che non è caduta in un dirupo, come aveva detto a Sherazade, ma che ci si è gettata volutamente, non vedendo altra via d’uscita se non la morte. Con una gamba rotta, immobile, in fondo al burrone, comprese che sarebbe morta prima dell’alba. Ma un uomo di nome Omar, capo di una banda di predoni, momentaneamente ricercato e quindi rifugiatosi tra le montagne, la troverà e la salverà, in tutti i modi in cui una persona ne può salvare un’altra. Quando omar si riunirà con i suoi, Jasmine, ancora innamorata di lui, lo seguirà, sperando che ogni colpo sia l’ultimo, non perdendo mai la fede di riconquistarlo e di avere dall’amato l’attenzione che merita.Omar, interpretato da Jalil Lespert, è il capo di una banda di predoni. A una prima occhiata, sembrerebbe spietato, senza cuore, ma non è così. È vero, è un capo autorevole, di cui tutti si fidano e a cui tutti obbediscono, è un ladro disposto a qualsiasi cosa per rubare, insaziabile, incapace di godersi quello che ha, il benessere economico che gli deriva dalla sua fruttuosa attività, per quanto poco leale, ma c’è anche altro. È, in verità, innamorato di Jasmine, anche se non lo ammette, è clemente (poi giusto) con la principessa, ha un grande rispetto nei confronti delle donne, non permettendo a nessuno di approfittarsi di loro, cacciando il predone che aveva cercato di usare violenza a Sherazade. E, al momento giusto, mostrerà il suo vero cuore. E la sua vera storia. È figlio di un cuoco, che lavorava nel palazzo di un gran signore. Conduceva una vita tranquilla, dignitosa, rispettabile con la sua famiglia, fino a quando, un giorno, nel palazzo del grande signore, qualcuno rubò nelle cucine e il padre di Omar venne accusato del furto, pur essendo assolutamente innocente, ma il padrone non gli credette, gli fece tagliare una mano. “Per colpa di quell’ingiustizia” racconta Omar “Perse il lavoro, il rispetto degli amici, la sua dignità. Una mattina, salì sulla scogliera e si gettò tra le onde. Ed è lì che ho cominciato a rubare. Per vendicarlo”. E non è mai abbastanza. Poco prima di intraprendere una rischiosissima avventura, per rubare lo smeraldo della montagna incantata, che pone una domanda impossibile e trasforma in pietra tutti quelli che non conoscono la risposta, Omar apre il suo cuore e viene a conoscenza di un dettaglio non da poco, che, poi, gli farà prendere la decisione più giusta. Jasmine, che non conosceva la sua storia, gli dice che non era caduta nel dirupo, ma ci si era buttata volutamente e che egli, quando l’ha trovata, l’ha costretta a vivere: “la dignità che non hai mai potuto ridare a tuo padre l’hai ridata a me. Qualsiasi cosa accada, volevo che tu lo sapessi”.Sono questi i personaggi che, secondo me, parlano meglio di questa storia, certo non sono gli unici, ce ne sono altri, secondari non solo per il filo del racconto, ma anche per la personalità più semplice e facile da definire e da capire, senza troppe sfumature, che rendano necessario, oltre che affascinante, questo strano gioco di identità tracciate e di vite narrate. Certo, meritano perlomeno di essere nominati, perché un qualche peso nella storia ce l’hanno. E, per capire, voglio che li immaginiate così, che tirano una fune da una parte e dall’altra, una corda con due capi, che rappresentano i due estremi della vita: da un lato, il male, dove troviamo la matrigna di Sherazade, Alissa, e il suo amante Jafar, ingiusti e spietati con tutto il loro popolo, il capovalletto di Namuna, agli ordini della sua padrona ed è proprio come lei e il predone Salem, che non possiede la nobiltà dìanimo di Omar, anzi, è solo un egoista che vuole prendere con la forza bruta ciò che non è capace di ottenere in altro modo; dall’altro, il bene, quello dato dalla fedeltà della serva Shirin, che è più un’amica per la principessa, Yusuf, il migliore amico di Aladino, gli abitanti di Avacur, contenti per l’acqua nel loro pozzo e i genitori dei protagonisti, il califfo che, pur esagerando, nella volontà di proteggere Sherazade, anche contro la volontà di lei di sposarsi, è sempre mosso dall’indubbio amore per la figlia e Amina e Ali, la madre e il padre di Aladino, la prima più romantica, con una maggiore fede nella vita, che, alla fine, rappresenta la vera roccia della numerosa famiglia, capace di perdonare, come di fare forza al marito che si scoraggia, dopo la partenza del figlio, perdendo la voglia di vivere e di lavorare, che è ostile, inizialmente, nei confronti di Sherazade che torna a Baghdad presso la famiglia del suo amato, ma che finisce per volerle bene e per insegnarle il suo mestiere. E, da ultimo non tralascerei i fratelli di Aladino, in particolare, due sorelle, una è Sulima, la maggiore, che aiuta sempre la madre e la più piccola, che vuole che il fratello le racconti sempre la storia della lampada magica. E, a questo punto, non resta far altro che inserire il Dvd nel lettore, accendere la TV e iniziare a incantarci lungo una storia, che abbraccia insieme miriadi di racconti, che riassume mirabilmente l’umanità e la vita, che possiamo riconoscere, come i sentimenti, in cui possiamo identificarci, per avere il fiato sospeso con Sherazade, che spera, ogni notte, di essere riconosciuta e insieme la curiosità di Aladino di come vada a finire il racconto. Per sorridere a ogni successo, piangere per ogni disavventura e farci, ogni alba, la stessa domanda, aspettando o immaginando il seguito: ma questa storia può veramente finire così?

© Arianna Frappini

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