Nuovi Orizzonti : Il Fascino della Cultura Araba sulla Scrittura

Da immemorabile tempo, l’uomo è assetato di conoscenza, ha fame di risposte alle grandi domande, agli interrogativi esistenziali sulla vita, sulla morte, sull’amore, sull’anima, su se stesso, sul raggiungimento di una meta suprema o sull’appagamento nella continua ricerca di un obiettivo, sul valore del Destino e delle proprie azioni, è sempre (e sarà sempre) spinto dalla mania di dare forma a tutto, definizione tangibile a qualsiasi cosa, anche alle realtà più complesse, più spirituali, più profonde, che non possono essere una cosa sola, ma spesso sono un insieme di essenze, facili da capire, difficilissime da descrivere e, fino a che sopravvivrà, continuerà a porsi nuove sfide, nuovi quesiti e a trovare nuovi inediti metodi, per elaborare ciò che vede ed esprimere ciò che è. La foga di sapere e di dire è propria della natura umana e ne costituisce, tutt’ora, la principale differenza dalle bestie, che ci distingue dalle scimmie da cui deriviamo. L’unica cosa che dobbiamo sempre e comunque potenziare, per non trasformarci in automi, in robot, capaci di parlare, una caratteristica su cui basare ogni passo della nostra esistenza, ogni nuova vita, che si affaccia, per la prima volta, su questo assurdo mondo mediatico, in cui tutti, senza esclusione, sono parimenti tartassati di informazioni, assorbiti da una società, che tenta in tutti i modi di assimilarci, di renderci tutti uguali, di inglobarci nella sua logica di guadagno e apparenza, di bellezze effimere e di promesse vacue, che tenta di agglomerare le diverse opinioni, i diversi atteggiamenti, i diversi pensieri, le diverse idee in un’unica, massificata, direzione, verso una sola idea collettiva, che è di tutti e di nessuno. Come dice il mio cantante preferito, Ermal Meta, ci stanno spegnendo (e ci hanno spento) troppe luci, fino ad avvolgerci in un buio involucro indistinto, senza sapore, senza colore, senza Sole. Una società, che ha paura della diversità e delle differenze e cerca di renderci tutti identici, come appartenessimo, anche noi, a un’immaginaria catena di montaggio, che considera vero ciò che ci viene detto, non ciò che noi scopriamo, che considera la bellezza ciò che si vede, non ciò che bisogna cercare, scavando oltre lo sguardo. Una società che cerca di deformare le caratteristiche stesse della natura, di una natura umana, che può reagire. In un unico modo, puntando sull’unica cosa che possiede, dalla notte dei tempi e che deve continuare a difendere. La sua sete infinita di conoscenza, il dubbio che ha il coraggio di insinuarsi e di porsi delle domande, la voglia di dare definizione a tutto e di darla una, la propria, solo la propria, non degli altri, non della maggioranza, e avere la forza di trasmetterla agli altri. Non perché debbano per forza pensarla come te, ma perché, contemplando il tuo esempio, possano a loro volta costruirsi un’opinione, dare forma al proprio essere unici e straordinari, per dare una propria risposta alla domanda di ogni essere umano, per dare a ogni forma artistica e a ogni idea altrui, una propria, inconfondibile direzione. Abbiamo il dovere di reagire, di difenderci dal mondo, come dalla nostra stessa pigrizia, alla quale risulta più facile lasciare domande senza risposte o altre risposte senza domande. Abbiamo il diritto di essere diversi, anche simili, ma non uguali. Perché ognuno di noi è unico e irripetibile, perché, possiamo trovare qualcuno di affine, solo se, prima di tutto, noi siamo qualcuno. Perché possiamo essere davvero felici, solo se, prima di tutto, non ci vergogniamo di guardarci allo specchio, di sostenere la nostra opinione anche se completamente diversa da chi conosciamo. Sì, ognuno di noi deve e può realizzarsi come meglio crede, senza trascurare, una sola volta, il pensiero, che è alla base di tutto. Senza farci sottomettere da nessuno, ma agendo come faremmo solo noi, aggrappandoci agli esempi di forza e coraggio, di chi è capace di ripartire da zero, di chi è in grado di accendere le luci, di riempire il mondo di Sole, di chi ce la fa, nonostante tutti i venti contrari, di chi coltiva la vera bellezza, non di quella che decade, con il passare del tempo. Dobbiamo coltivare la vera bellezza. Ma che cos’è davvero la bellezza? Ogni essere umano deve dare la sua risposta, sull’esempio degli altri, o sui propri impulsi, in base all’educazione ricevuta e al proprio cuore, al proprio carattere, alla propria essenza. La bellezza, al pari delle altre, è una domanda esistenziale soggettiva. Che non può essere data una volta per tutte, per la quale non esiste una definizione univoca e valida per tutti, ma un insieme di definizioni ugualmente efficaci e ugualmente veritiere, come soggette, nello stesso modo, all’errore. In base alle nostre esperienze, ai nostri interessi, alle nostre letture, ai nostri ascolti, alle persone che conosciamo e a ciò che siamo, possiamo sforzarci di dare una risposta. Per non lasciare irrisolto un tema fondamentale, per non permettere alle luci di affievolirsi, ma solo di risplendere. Ciò che io posso fare è dare le mie risposte. La mia definizione. Condivisa o no. Ma già bella, perché è stata data, esposta, contemplata e non lasciata a dormire nel profondo. Allora, oggi, voglio dare la mia definizione, in base a tutto ciò che abbiamo detto fin qui e a tutto ciò che diremo, voglio portarvi la mia idea di bellezza, ciò che bisogna coltivare per reagire allo stallo del pensiero, alla stagnazione delle idee, che ci stanno imponendo, la mia idea di bellezza, che, forse, è la vostra, o forse no, ma che voglio condividere, un concetto concreto, reale, palpabile, non solo evanescente, astratto, immateriale, che sopravvive nella dimensione dello spirito, come in quella delle dita capaci di scrivere, che si intreccia alla nebbia luminosa e protettiva dei sogni e si esplicita in prodotti dell’intelletto, in piccole grandi opere d’arte, in righe, in libri, in lettere, che partono da un angolo sperduto del mondo, per raggiungere più cuori possibili. La bellezza è tutto questo, il collante tra le realtà, il ponte tra le anime, la luce più vivida, la risposta più efficace. Per me, la bellezza non è quella che si vede, ma quella che si sente. Gli occhi servono solo per cogliere cosa ci sia oltre gli sguardi, nell’interiorità, dove si cela la migliore parte delle persone. La bellezza non è un bel volto, un bel fisico, delle belle forme. La bellezza è un’anima profonda, un cuore sensibile, un viso che esprime dei sentimenti, che si accende, gli occhi che si illuminano, il sorriso che disperde la tempesta e semina fiori. La bellezza è essere, la bellezza è vivere, la bellezza è dentro, molto dentro. La bellezza è provarla, esistere, innalzarla, sbandierarla, condividerla. È possederla nel cuore e avere il coraggio di farla arrivare alle labbra, alle dita, alle parole, come all’arte. La bellezza è donare una parte di sé, ognuno con il proprio mezzo. È avere entusiasmo e saperlo trasmettere, è amare e saperlo dire, è affascinarsi e saper affascinare. È pensare e saper raccontare i propri pensieri, è dissetarsi di conoscenza e saper portare gli altri nel tuo mondo. Far leggere l’illeggibile, far capire l’incomprensibile. È avere passioni e saperle coltivare, annaffiare, alimentare, narrare. La bellezza è immensa, infinita, spropositata, contagiosa. Deve essere contagiosa. Per attecchire su più persone possibili. Non è restare alla pelle, ma scendere nelle viscere, nei cunicoli, anche negli abissi. La bellezza è ammettere di avere bisogno d’aiuto e riceverlo. È saper vedere le occasioni, è saper cogliere gli istanti, è lasciarsi andare alla vita, è farsi salvare. È abbandonarsi e consacrarsi all’incanto, per saperlo riconoscere. La bellezza è una canzone che ti emoziona. È un attimo che ti fa rabbrividire e ti colma gli occhi di lacrime, è una persona che ti lascia senza fiato e senza parole da dire, che vorresti solo abbracciare, è un libro che ti avvicina l’orizzonte. È immaginare, sognare, rielaborare ogni nota e ogni parola, con la propria sensibilità. Qualcuno mi ha detto che la grandezza di un artista si misura con la capacità di far immaginare la stessa cosa a persone diverse. Secondo me, invece, la grandezza di un artista è la capacità di arrivare a tutti con la stessa forza e con la stessa efficacia, producendo effetti diversi, ma con la stessa intensità di sentimenti. La bellezza è incuriosirsi e rispondere alle domande che ci facciamo, non ignorarle. La bellezza è una cultura altra, diversa, che sia lontana, che sia vicina. È non avere pregiudizi, è non giudicare, non tollerare, ma rispettare. La bellezza, quella vera, è il senso della vita, ciò che cerchiamo, ciò che perseguiamo, ciò che possediamo, ciò che troviamo. La bellezza siamo noi, con tutti i nostri pregi e i nostri difetti, sono le persone che amiamo. Sono quelli che non conosciamo. Sono quelli che vogliamo conoscere. L’amico che ci tende la mano, il vicino di casa che ci saluta con un sorriso. La bellezza è sempre e dappertutto. È eterna, tenace, determinata, è un’essenza ed è un insieme di ricordi, come una manciata di attimi meravigliosi ancora da vivere. È il passato, il presente, il futuro. Tutte le volte che siamo caduti e tutte le volte che ci siamo rialzati. Tutte le volte che abbiamo letto un vuoto, solo quando si sta richiudendo. La bellezza emerge ogni giorno, da tutti gli angoli, la bellezza facile da cogliere, o difficile da vedere. La cosa che si dovrebbe riconoscere immediatamente e che, invece, spesso, ci passa accanto e noi non la vediamo. La bellezza è fermarsi e guardare davanti, non solo dentro, è fermare i muscoli, lo sguardo, il cuore e guardare accanto, non solo sotto i piedi. La bellezza è avere degli ideali e affermarli, sempre. È trovare la strada e saper ringraziare chi ci ha aiutato a prenderla o a ritrovarla, se la perdiamo. La bellezza è avere la sfacciataggine di sognare un mondo migliore, la pace, l’unione, l’uguaglianza di diritti, la giustizia. È abbattere le barriere, seppellire i muri, annullare le distanze. Con tutti i mezzi. È riunire l’indivisibile, è non separare l’inseparabile, è riavvicinare l’Est e l’Ovest, come è giusto, l’Oriente e l’Occidente, che hanno troppe cose in comune. La bellezza è avvicinare i diversi, non per assimilarli, ma perché si amino. Perché agiscano alla pari, perché un libro, una canzone, un dipinto siano colti per la sensibilità, per la profondità, per la bravura dell’artista, non per la sua provenienza. Come ho già detto, l’arte è a noi superiore, perché, per lei, non esistono i preconcetti che ancora noi possiamo avere sulle culture distanti, diverse, né migliori, né peggiori, solo altre. La bellezza è elaborare gli stimoli, conoscere un libro e non fermarsi lì, ascoltare una canzone e andare oltre. La bellezza è intraprendere, per casi fortuiti e per scelte consapevoli, una strada nuova, sfide ogni mese, amore ogni giorno. È avere punti fermi e cambiare. La bellezza è affacciarsi sulla cultura araba, nel mio caso specifico, con il cuore sgombro da ogni cosa che pensavo di sapere, con il puro istinto del cuore e nel farlo nel modo a me più vicino. È leggere libri che pochi conoscono e portarli a tutti. È contemplarli, pensarli, elaborarli e recensirli, con la mia sola sensibilità, con le mie uniche forze a disposizione, in articoli che non sono anonime trasposizioni di concetti altrui, di storie di altri, di elementi lontani, ma solo un personalissimo scendere nel contesto, non cambiarli (la storia è la stessa), però, adattarli alle mie esigenze, alle mie idee, puntare l’attenzione su una cosa, invece che un’altra. Le mie recensioni non pretendono di raccontare la verità, di dare un definitivo punto di vista sui libri che leggo, ma di dare la mia sincera opinione, di raccontare la mia verità. Con maggiore sincerità possibile e con la più totale trasparenza, oltre che con un piacere, che saccresce a ogni sfida. A ogni libro letto, a ogni libro recensito. E a ogni elemento, a ogni fascino, a ogni storia, che diventa altro, nella mia mente, che non si ferma alla recensione sincera, ma fa ancora un altro passo, entrando così in fondo, da poi riemergere sotto forma delle mie storie, delle mie righe, dei miei libri. E, più in generale, di libri occidentali di scrittori italiani, francesi, canadesi, colombiani, di tutto il mondo, che si incantano davanti alla cultura d’Oriente e cercano di trasportarne il fascino, in loro nuove creazioni. In storie diverse da quelle precedenti, a volte più vicine, nel descrivere paesaggi esotici con maestria pura, altre volte, rimanendo a un’indistinta superficie, che di cultura araba, ha solo il nome. Alcune volte calandosi in nuovi contesti, in altre realtà e farlo con cognizione di causa. A volte, è semplicemente trasportare i propri sentimenti e le proprie idee in un’altra ambientazione. Altre volte è inserire, così alla rinfusa, oppure in un quadro coerente e affascinante, gli stessi elementi: il tè alla menta, il couscous, la tradizione del velo (che viene chiamato indistintamente “burqa”, facendo spesso una grande confusione con le definizioni), i nomi. C’è tutto e di più. Libri occidentali che trasferiscono solo gli elementi esteriori della cultura araba e libri che, invece, ne riproducono il fascino, come dire, da “Mille e una notte”. Libri occidentali che sono ponti tra le culture, parlando spesso di temi comuni, come l’immigrazione, il viaggio della speranza, l’integrazione, il razzismo, l’amore che può fare miracoli. Per me, la bellezza è questo. Battere terreno conosciuto e intraprendere nuove strade sterrate, che, spero, vorrete percorrere insieme a me, per scoprire come ogni artista e ogni persona concepisca la cultura araba, come la elabori, come la rispetti o come non la capisca. E, cominciando dai territori che conosco meglio, dal cuore, che non ho bisogno di sondare, ma solo di scoprire. La mia bellezza è evidente in ogni articolo che ho scritto, ma è anche celata nei libri che ho scritto e non ho mai raccontato. Oggi, voglio scostare un po’ la tenda, perché questo è il mio modo per accendere più luci possibili, come ha suggerito Ermal, il modo per farvi vedere la mia bellezza, quella dei personaggi di cui ho parlato, ma sempre esterni, per quanto vicini, e dei personaggi, che conosco bene, come il palmo della mia mano, perché sono usciti dalla mia testa, dai miei sogni, dalla mia penna. Faremo un viaggio insieme, breve o lungo lo deciderete voi, scostando le porte segrete della mia idea di bello e della mia bellezza, quella che tengo dentro, quella che solo scrivendo, posso far emergere. Quindi, per favore, accomodatevi e state attenti alle immagini, ai titoli, alle storie che oggi intrecceremo ai pensieri, ai sentimenti, alle sensibilità, a storie nuove e a storie conosciute. Il mio primo tentativo si chiama “Ti amo”, è il primo romanzo di cui sono riuscita a scrivere l’ultima parola, oltre ad essere la mia prima storia ambientata in terre esotiche, più esattamente in Libia, anzi, volendo proprio precisare, è un libro sospeso tra l’Italia e la sua ex colonia nordafricana, tra Tripoli e il mare della Sardegna, con la protagonista che fa da collante, da tramite, da ponte. Vi presento Hasna Gatti al-Zip, cercate di immaginare, una ragazzina alle soglie dell’adolescenza, alle prese con la voglia di libertà, trattenuta dalla tradizione e dall’ignoranza, a volte, dalla paura, una ragazzina dai capelli neri, lontana dalle ipocrisie del potere, pura e semplice, che ha un sogno, troppe domande senza risposta e troppi vincoli. Hasna ha il sogno di portare la democrazia della sua patria italiana, nella sua seconda patria, la Libia. Un sogno chiaro, ma difficile da perseguire. Un sogno che Hasna non si stancherà di coltivare e di misurare ogni sua azione, in questo senso, fino a trovare la strada giusta per raggiungerlo, fino a conoscere il suo unico amore, Ali, che condividerà con lei ogni cammino, fino a diventare una donna, una politica, una madre. È potremmo dire, senza alcuna presunzione, un romanzo di formazione, al quale sono incommensurabilmente legata, ma che presenta evidenti limiti. Non tanto per la storia, ma soprattutto per il contorno. Perché di esotico, a parte l’ambientazione, non ha un gran che. Forse, non riesce ad essere bene un ponte tra le due culture, a metterne in risalto le differenze, i reciproci influssi, e quindi la loro intima ricchezza. E neppure i nomi sono del tutto e fino in fondo esotici. Fosse, solo perché, manca ancora un elemento, che diventerà fondamentale nei miei lavori successivi e sicuramente più maturi: il significato poetico dei nomi arabi, che spesso, diventa capace di influenzare il carattere dei personaggi, come le loro vite, che viene scelto in perfetta rispondenza delle loro personalità o, solo in rari casi, in netto contrasto, per sottolineare la bellezza dei significati nascosti, anche quando chi li porta non li merita. A questo proposito, mi viene in mente il mio nome preferito, che ho cucito addosso ai miei migliori personaggi, tanto diversi, ma accomunati dalla stessa cordialità, dalla medesima impetuosità sottile, ma definitiva, che incide a fondo sulle vite di chiunque li incontri, di chiunque li conosca. Di qualunque donna li ami, cambiandole lentamente, ma definitivamente, portatori coraggiosi di ideali e libertà, per cui sono pronti a sacrificare anche la loro stessa vita. Il nome a cui affiderò, con vero piacere, i miei esordi nel mondo editoriale, quando sarà. Il nome che ritorna ogni volta che voglio creare un personaggio speciale, animato da forti ideali. E, quasi senza rifletterci, scrivo Samir, un nome arabo e hindi, insieme, dalla doppia etimologia e dal doppio significato, come nessun altro, con una certa tradizione alle spalle, incontrato, per caso, in uno dei miei film preferiti (e poi anche nel libro che adoro di più, per altro), portato già da una grande persona. Samir, tanto per darvi un idea, in arabo significa “compagno ospitale” o, sempre sulla stessa linea, “compagno divertente”, “compagno dei discorsi alla sera” e rappresenta il titolo onorifico più alto che un sultano poteva attribuire al suo visir di fiducia; in hindi, per completare, significa “vento gentile”. Giocando con i significati e con le parole “vento gentile”, “sera”, “ospitale”, nasce Samir Cahrer, venuto al mondo, nel Sahara, in un crepuscolo estivo, circondato dall’acclamazione di una strana tranquillità, dalla rassicurazione che il primogenito di due giovani sposi sia un maschio. Questa è la prossima immagine, su cui dovete puntare lo sguardo. È uscito direttamente da “La gioia di vivere “ e da tutti i libri che ne costituiscono il seguito, anzi, per dirla tutta, è uscito dai ricordi di sua sorella, di sua cugina, della sua fidanzata e dalle fantasticherie del figlio che non lo ha mai conosciuto. È strano il fatto che, pur essendo un protagonista indiscusso, pur continuando a influenzare il corso della storia, le scelte dei personaggi, la fine degli antagonisti, non appare mai sulla scena. Nonostante, per i suoi ideali forti e per la sua personalità, dovrebbe essere determinato e reale come pochi, per tutto il tempo, continua ad apparire sempre nei ricordi, un uomo d’azione, che non vediamo mai in azione. Ma di cui sentiamo la presenza ogni giorno, di cui udiamo l’eco anche a distanza di ventiquattro anni. Da ventiquattro anni, la sua assenza continua ancora ad attanagliare di solitudine il cuore della sorella Amina, che non se ne è mai fatta una ragione. Ventiquattro anni dalla sua morte, il figlio e i suoi compagni lo considerano ancora un esempio vivo, un martire, forse, il primo uomo che si è reso conto che il regime militare che ha preso il potere con la forza nel suo Paese, ancora la Libia, è una dittatura. Samir, il leader che ha reagito, come nessun altro, allo status quo, indicando già ai posteri la strada della libertà e della democrazia. Samir, insomma, non è il rassicurante primogenito che tutti avevano visto nascere in quella sera d’estate, in mezzo alle sabbie, ma l’amatissimo, ribelle, erede dell’indomita nonna Leila Cahrer, il cui ricordo brilla nello sguardo del nuovo arrivato, tra la fierezza dei membri della famiglia e la paura di ciò che gli possa capitare. Paura più che fondata, paura che Samir ha sempre cercato di mitigare, tenendo lontano i suoi dalla sua rischiosissima, anche se appagante, vita politica attiva clandestina. Nessuno sa fino in fondo il vero motivo della sua morte, la sorella continuerà a ignorare per anni il nome dell’assassino del fratello. Un nome inconfessabile, che ha rivelato solo ad Hamida, la sua lodevole, encomiabile (come dice il suo nome) fidanzata, che si porterà il segreto nella tomba, che mette, prima della giusta sete di verità di Amina, la parola data al suo amore in punto di morte. Ecco, Samir è fondamentale per i personaggi vecchi e per quelli nuovi, ma non appare mai. È per questo che vedete la sua immagine sfocata, circondata da uno strano alone di mistero ed evanescenza, eternamente protetto dal trascorrere del tempo, che non invecchia più la sua giovinezza, portato via troppo presto dalla morte, anche se per una causa giusta. Vedete quella scritta là sotto? È la frase che Samir ha voluto fosse scolpita sulla sua lapide, una frase che molti occhi leggeranno e molte menti si ripeteranno: “Muoio libero”. Ecco “La gioia di vivere” (e tutti i suoi seguiti) ha qualcosa che mancava ai miei primi tentativi. Non solo e non tanto l’introduzione di nuovi elementi o degli elementi soliti di ogni scrittrice d’Occidente, che si affacci sul mondo arabo, però, credo di aver ricostruito, almeno in parte, il fascino da “Mille e una notte”, nelle scene, nel corso della storia, nei personaggi, ma soprattutto negli intermezzi. Intermezzi che, fondamentali elementi per la costruzione della trama e di un rapporto di fiducia tra chi racconta e chi ascolta, sono nient’altro che racconti con cornice, come il pilastro della letteratura araba di ogni tempo. Capolavoro che si materializza immediatamente, proprio fisicamente, nella vita delle protagoniste. La prima cosa che Amina (il cui nome significa “fedele, azzeccato, come pochi) vede di Kalila, nella sera in cui entra nella sua vita, in braccio al marito, compagno di vita, che si è risposato una seconda volta. Kalila (che è un nomignolo, il suo vero nome è Kamila, “perfetta”), per Amina, all’inizio non è che la seconda moglie del marito, un’usurpatrice, che prende il suo posto, che la rimpiazza, senza troppe cerimonie, né spiegazioni. Ma quella strana usurpatrice, tra il suo abito da sposa, ha nascosto e lascia cadere, nelle mani di Amina, proprio le “Mille e una notte”. Kalila si fa, come il suo grande mito, Shehrazad, narratrice di storie, per rompere il muro di sfiducia e rancore che Amina ha innalzato tra loro, per portare gli altri a capire ciò che sente, ciò che vorrebbe, in che direzione vorrebbe portarli. A volte, addirittura, racconta al cospetto del marito, insensibile e senza scrupoli, che non ha mai insegnato a leggere e a scrivere ad Amina, perché ha sempre temuto che l’istruzione sarebbe stata usata come mezzo inevitabile di libertà dal suo giogo, che finisce per accettare di buon grado, non solo l’immensa cultura di Kalila, ma anche che la sua adorata sposa sottragga all’ignoranza Amina e, poi, molte altre donne. Com’è possibile? Il meccanismo è semplice: Kalila sfrutta la sua bellezza e il potente ascendente, dato dal desiderio, che esercita sul marito. Kalila è la prossima immagine che vi si materializza davanti agli occhi, eccola là, fiera e indomabile, vestita da sposa con le “Mille e una notte” in mano, segno palpabile e materiale della sua libertà. E della Rivoluzione che sta per avvenire in una casa silenziosa e immobile. Kalila, che raggiungerà i suoi obiettivi, con tanti punti di forza, ma con alcune, umane debolezze, perdite, solitudini, domande. Kalila, con le sue storie (le parentesi di più alto fascino che ho avuto il piacere di scrivere, le mie vette, dove ho raggiunto meglio l’esotismo) riesce a conquistare la fiducia di Amina, e va oltre. Non solo la donna non ce l’ha più con lei, ma diventa un’alleata, un’amica e, un giorno, una sua parente, sua “zia”. Kalila e Amina, insieme, attraverseranno un bel pezzo di vita, opponendosi al marito dispotico di entrambe, per trovare il vero amore per tutte e due. Quello di Kalila ha nome Abdelslam Cahrer, il nipote di Amina, il figlio di Samir, il “servo della pace” (questo significa il suo nome) e il rivoluzionario d’eccezione, oltre ad essere l’uomo più odiato dall’antagonista. A questo punto, torna, di nuovo, ma stavolta più efficace, il tentativo di instaurare un ponte tra Italia e Libia, una connessione tra due culture diverse, che riescono ad esprimere tutta la loro ricchezza e a creare, insieme, una, due, mille splendide storie d’amore, capaci di annullare le distanze, di unire le anime, di farmi riuscire nel mio intento. È il “Viaggio d’un sogno”: un viaggio che diventa sogno, un sogno che diventa viaggio, un sogno che diventa reale, una storia che diventa possibile, nata dalle ceneri della mia fiducia nell’informazione occidentale, parziale su certi temi più che altri. Non si fida dei giornali e della televisione, la protagonista di questo libro, che ha (e avrà, in futuro) moltissime corrispondenze di carattere, di idee e interessi con la sua creatrice. Si chiama Ari, è una scrittrice, che è stanca di leggere sciocchezze o mezze verità sul mondo arabo, come sulla transizione libica e vuole andare a vedere con i suoi occhi. Così, un giorno di inizio giugno, parte alla volta di Tripoli, decisa a tornare con la verità della gente del posto, insieme a una guida, un giornalista inglese, Mark Edward Pink, con cui inizieranno ad esserci battibecchi praticamente già in aereo, e via via lungo tutto il tempo che passeranno insieme in Libia, in un’inconciliabile distanza di posizioni, fino alla rottura finale. La protagonista, capendo che Pink non è che un ostacolo, lo rimanderà volentieri a Roma. Ma Ari non è un’incosciente. Sa di aver bisogno di qualcuno che l’aiuti ad entrare in comunicazione con la gente, qualcuno che sia un mediatore, che possa portarla nei luoghi più impervi, nelle profondità del Sahara, come nelle cittadine dimenticate dalla storia. Ari sa bene che non può permettersi di fare passi falsi, come gesti sconsiderati e, quando molla il giornalista, è perché ha già scelto chi sarà la sua prossima guida, un indomito, ribelle, diffidente, fiero rivoluzionario convinto, membro dell’Assemblea costituente, che sta provando a scrivere la Costituzione della Repubblica nata dalla fine della dittatura, Abdel Fattah al-Zip, il cui nome significa “servo di colui che apre”. E la parola “apre” suggerisce ciò che sarà il loro rapporto, una continua apertura, prima di immensa fiducia e grandissimo rispetto tra collaboratori e, poi, alla fine di un giorno nel Sahara, in un bacio destinato a cambiare gli equilibri. Delle loro vite, delle loro fierezze, dei loro Paesi. Della piega che prenderà il viaggio di Ari. Un bacio che sarà l’inizio di una splendida storia d’amore tra due persone di culture diverse, anche lontane, se volete. E che non è l’unica storia che sconvolge gli equilibri, che insegna che l’amore rende semplicemente due là dove c’era un uno, “noi” dove esisteva un “io” e un “tu”. Sono tantissimi i personaggi che si incontrano in questo libro, tante le storie, che vengono raccontate ad Ari e a tutti noi. Storie che, mano a mano che il tempo passa, si avvicinano sempre di più alla nostra sensibilità, quando si accostano ed entrano nel cuore della protagonista. Prima a raccontare saranno estranei, poi amici. Per sentirsi tutti a casa, a proprio agio e scoprire che, le vite, come le due nazioni, a parte tutte le differenze, hanno in comune il mare. un Mar Mediterraneo di entrambi, che è già abbastanza. Lo sguardo, insomma, è da dentro, non da fuori, è con il cuore, non con la testa, per scoprire che ciò che manca all’informazione occidentale è la passione, ciò che viene dimenticato da questi giornalisti, che tendono alla parzialità, che raccontano ciò che fa più comodo, è proprio che il loro lavoro è una missione, perché parlare può fare un’enorme differenza. Eccola là, Ari, con una valigia, oggetto e strumento del suo arrivo, della sua partenza e di ciò che è venuta a fare, oltre a ricordare il titolo. In quella valigia, c‘è un sogno e sta solo a noi se tirarlo fuori o lasciarlo chiuso e dimenticato. Vedete anche voi che il nostro schermo si è oscurato, ma un solo attimo, perché è riapparsa la prossima immagine. Non un personaggio, ma un luogo. Un luogo che ci servirà per parlarvi di un altro libro concluso, il secondo esotico portato a termine. Sono tanti i libri di cui vorrei parlarvi, tante le storie ancora in sospeso, ancora nella mente, di tutti i personaggi che galleggiano nelle mie imprese, più o meno riuscite, ma ho scelto questo. Il migliore tentativo che vedrà la luce, immediatamente dopo gli esordi, un libro che mi ha riempito di un orgoglio che non vi dico, la cosa più bella (l’unica cosa bella) dell’anno scorso. E, come vi dicevo, tutto si riassume nell’immagine che vedete, nel rumore che sentite: il mare. Non importa se sia Mar Mediterraneo oppure Oceano Atlantico, se uno specchio d’acqua, timido e brillante, come un’oasi nel deserto, oppure l’acqua dello Stretto di Gibilterra, che separa due mondi, due continenti, oltre il quale, potrebbe anche esserci la fine del mondo, o, un nuovo inizio, la Montagna del Purgatorio, come vuole la tradizione, oppure una nuova terra immensa e sconosciuta. Ecco, come potete capire, non siamo negli anni Duemila, o tardi anni Novanta, che, fin ora, hanno fatto da sfondo alle mie storie. È ancora una volta un ponte. Una sospensione tra la Spagna e l’Impero ottomano, tra Granada e Algeri, a cavallo degli anni Cinquanta del Cinquecento, che vede una Chiesa cattolica alle prese con la Riforma protestante, da una parte, e i corsari musulmani, dall’altra, non ancora del tutto rassegnati alla Reconquista, con l’ultimo emirato, quello di Granada, caduto solo nel 1492, con troppe ingiustizie da rivendicare, dalle scorrerie in mare, fino a Lepanto, che coglie l’Impero turco, nel momento della sua massima espansione. Detto così, sembrerebbe un libro di terre, invece, è soprattutto un libro di mare. Riassunto storicamente così, sembrerebbe un libro di odio, di scontro tra due mondi, che non riescono a conciliarsi, che hanno fin troppe cose da rimproverarsi reciprocamente, senza sapere chi abbia iniziato, chi abbia ragione, chi abbia torto, ma in realtà, è un libro d’amore, un libro di unione, un libro che cerca, per mezzo dei suoi personaggi, a volte nella vendetta, alla fine, solo nella famiglia, la vera “redenzione”. Nel vivere fuggendo o nel morire tra le braccia di chi si ama. I protagonisti, con le loro famiglie, con il loro passato, con le loro sofferenze, con i loro fardelli e le loro gioie, sono persone che non potrebbero essere più lontane e distanti, diverse e intoccabili, come due rette parallele che non si incontrano mai, ma l’amore può fare miracoli e anche una penna un po’ beffarda e dispettosa. In un libro, che è il mio piccolo prodigio, progettato in un paio di notti e scritto in dieci giorni, in cui ho aggiunto un nuovo elemento, che può migliorare il mio esotismo: citazioni direttamente dal Corano, dopo una lettura appassionante del libro più bello dello scrittore iraniano Kader Abdolah, “La casa della moschea”, di cui sicuramente parleremo. Torniamo alla storia. La vedete anche voi sul suo balcone? Vi presento donna Sara Suarez de Alves, matrona spagnola, moglie di don Elias, madre di Emilia, Celia e Pedro, donna tradizionale, cattolicissima, con un’educazione severa, quasi monacale alle spalle e un matrimonio scelto dalla famiglia troppo ricca, per piegarsi a un marito qualsiasi, una donna che non farebbe mai niente contro la famiglia, contro il marito, contro i suoi principi, contro la Chiesa, contro la Spagna. Ma che, in tanta perfezione, ha una cosa che farà la differenza. Un enorme, terribile vuoto, un’assenza d’amore, che finirà per diventare insopportabile, che diverrà più importante di una vita intera. Più importante della fedeltà coniugale, che il marito, comunque, rispetta assai poco. Dall’altra parte, Fahdi al-Malekki, il capo dei corsari, deciso a vendicare tutte le ingiustizie della Reconquista, subite dalla sua famiglia e da tutti i musulmani di Spagna, cacciati, quando non obbligati alla conversione. La madre di Fahdi è nata a Granada, prima del 1492, e, se la Spagna non avesse abbattuto l’emirato, quella sarebbe stata la città del figlio, che ha visto la luce, invece, ad Algeri, con la rabbia nel sangue, l’odio nelle vene, il desiderio di pareggiare i conti con gli spagnoli in un’anima, che non troverà mai pace. Ma anche lui, nonostante lo sguardo che paralizza i nemici, come gli alleati, nonostante il pugno di ferro che adotta con tutti quelli che conosce, nonostante la corazza, che gli impedisce di dimostrare il proprio amore al figlio Ali, ha le sue debolezze, i suoi fardelli e una perdita che pesa, come un macigno, sulla sua vita. La morte dell’amatissima moglie Hanan, che ha lasciato questo mondo, partorendo il suo unico erede, Ali, appunto, che non gli somiglia neanche un po’, è pacifico, benevolo, non adatto alla battaglia e all’odio, tutto il contrario di ciò che il corsaro è ed è sempre stato, un altro incantevole personaggio, destinato a cambiare le cose o, per lo meno, a provarci. Fahdi, dietro la sua durezza, ha bisogno d’amore, di chiudere quell’enorme vuoto lasciato da Hanan, mai riparato dal suo orgoglio, domato, però, dal desiderio. Un desiderio proibito, illecito, che va contro tutto ciò in cui crede, che attacca alle radici la sua stessa vita. Un desiderio che va cancellato, una tentazione che va allontanata, forse. Perché nessun cuore è del tutto impermeabile all’amore (se non quello proprio di pietra) e, forse, il miglior modo per resistere alle tentazioni è cedervi. Cos’hanno in comune questa donna spagnola e questo corsaro fiero? Apparentemente, solo la debolezza, lo stesso tormento. Poco più di niente, poco più di quello che potrebbero avere in comune due persone qualsiasi. E, invece, Sara e Fahdi finiranno per condividere tutta la vita. E il regalo più grande che una donna possa fare a un uomo. E un uomo alla sua donna. “L’ultimo dono prima di morire”. È questo il titolo del romanzo, è questo il regalo che qualcuno, lasciando questo mondo, potrà dare a chi resta. La vita oltre la morte, l’amore oltre l’odio. L’unione oltre le divisioni. Per trovare ciò che Fahdi non è mai voluto, né potuto essere: il “redentore”, come significa il suo nome. Da qualche parte, due generazioni dopo, ci sarà un nuovo Fahdi, un bambino innocente che porta il nome del corsaro, ancora piccolo per decidere cosa ne sarà della sua vita, ma abbastanza buono, perché possa diventare la principale speranza di pace per i genitori, per lo zio e per tutta la strana famiglia allargata che si viene a creare, singolare, ma legata da un affetto inestinguibile, che non conosce i limiti, come il mare. Lo stesso mare che vedete nitidamente davanti ai vostri occhi, di cui avvertite il profumo, del cui rumore vi beate, insieme a me. Lo stesso mare, nella cui immensità viaggiano navi solitarie. Il mare, luogo sicuro, pericoloso, misterioso. Infinito. Il mare, protagonista di questo libro. Il mare, di cui non importa il nome. Lo stesso mare, dove finiscono per viaggiare tutti i personaggi di questo romanzo, che non vedo l’ora di condividere con voi: un fratello che va verso Algeri, un altro fratello che torna verso Granada e una sorella, che, tra le onde impetuose, come il suo implacabile sangue corsaro, ha trovato il suo posto.

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Arianna Frappini

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