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Davanti alla violenza è… “vietato morire”

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01/08/2018 di Arianna Frappini

Le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini, non per legge, ma per natura. Senza lotte, così, spontaneamente. Non per anni e anni di rivendicazioni, ma per il secondo eterno e meraviglioso in cui si viene al mondo. Non perché deve diventare così, ma perché deve essere così. Eppure, non lo è. Le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini, ma non ce l’hanno. E non solo. Hanno mille pregiudizi appiccicati addosso, hanno le idee di secoli attaccati alla pelle e hanno il dovere di liberarsi della polvere che continuano a volere intorno alla loro anima. Le donne non sono come gli uomini, sono diverse, essenzialmente e profondamente diverse, ma possono valere nello stesso modo, possono fare le stesse cose, possono compiere le stesse scelte. Possono sorridere e dire “sì”, ma anche puntare i piedi a terra, per dire saldamente “no”. E non esiste che siano bloccate dalle catene, che siano incatenate dalle imposizioni. Non esiste nessuna legge che autorizza gli uomini a punire, a legare, a opprimere le donne. A punire o a premiare, ci pensa la vita. Le donne dovrebbero essere libere di amare, scegliere l’uomo che amano, la loro esistenza, scrivere il proprio Destino e anche di sbagliare. Eppure, no. Non è così. Non è sempre così. E quello che è peggio è che non sono oppresse solo in società che sono per se stesse già oppresse politicamente, quelle che un Occidente superbo chiama, erroneamente ed egoisticamente, “società arretrate”. No, succede anche in quel tanto evoluto Occidente che ci impegniamo a decantare. Il nostro non è un mondo perfetto, perché il mondo non è perfetto. E le donne arabe, come le donne occidentali devono lottare parimenti. L’unica differenza è che, teoricamente, le seconde hanno il riconoscimento della legge. Ma poco serve quel benedetto articolo nelle diverse Costituzioni, quel benedetto nostro articolo tre non serve a niente, se le sue grandi proclamazioni non trovano riscontro nella realtà. E non è sempre così, purtroppo non è sempre così. Le donne, anche in Occidente, devono lottare contro i pregiudizi, per fare la professione che vogliono, semplicemente, contro le difficoltà della vita, come tutti, oppure, e questo è inammissibile, ancora contro la violenza e l’egoismo degli uomini che credono di valere di più, anzi, che hanno paura di valere di meno. Che pensano di poter legare a sé le donne con le botte, con le imposizioni, con le catene. Ma gli uccelli non si mettono in gabbia, le farfalle non si possono rinchiudere. Pensano di poter obbligare ad amare, con pugni e schiaffi, che non sono segno d’amore, solo di odio. Perché l’amore, quello vero, lascia andare, l’amore, quello vero, è solo carezze, solo baci, solo abbracci. E se diventa qualcos’altro, non è più amore, è odio. Un tarlo terribile che consuma il corpo, come l’anima, un ostacolo contro cui combattere e non avere paura di denunciare, di chiudere col passato, di liberarsi di chi non ama, ma picchia, di chi non ti ama e che non devi neppure amare, perché l’amore vero fa del bene e il male non ha niente a che fare con l’amore, solo con la paura, con l’egoismo, come se fossi un oggetto nelle mani dell’uomo, mentre sei un’entità ben distinta, una stella che ha diritto di scegliere dove brillare. E come brillare. Una proprietà solo di te stessa, padrona dei tuoi pensieri, della tua vita, che hai diritto di restare, ma anche di scappare, di denunciare e le istituzioni hanno il dovere di ascoltarti e intervenire, prima che sia tardi. E troppe donne finiscono tra i fiori, in una tomba. All’ospedale, ferite mortalmente. Davanti agli occhi del mondo che si chiede come sia potuto succedere. È potuto succedere grazie all’indifferenza di una società che, a volte, diventa incapace di applicare i suoi principi di uguaglianza. Bisogna crescere, la società deve crescere, le donne devono crescere. Non devono essere fuscelli al vento, ma querce incrollabili, capaci di rialzarsi, di chiudere sotto chiave il passato, anzi, di prenderlo e buttarlo direttamente nel fiume, per ricominciare, tutto da capo, per tornare ad amare. Per poter avere di nuovo fiducia in se stesse. Perché le donne calpestate perdono tutto, ma niente di irrecuperabile, se hanno il coraggio di agire in tempo, se hanno la forza di mettersi in testa che l’uomo che amano, che pensavano che le amasse, in realtà, non le ama, perché non le rispetta, perché non le lascia libere, perché è solo un egoista e a quel punto l’amore non c’entra più niente. Non è amore, non più, forse, non lo è mai stato. Non è facile rendersene conto, accettare di aver sbagliato, accettare di essere cadute nella trappola sbagliata, ma le donne devono trovare il modo, per avere la forza di accettare la realtà, ma non di accettarla, per farla rimanere così, perché sia per forza così, ma per cambiarla, per stravolgerla, per riscrivere tutto da capo una nuova vita e il vero amore. Ma prima che sia tardi. Prima che non ci sia altro da fare, che piangere una disgrazia. Le donne devono appoggiarsi alla società e la società deve essere in grado di sostenere le loro sofferenze, per dimostrarsi davvero democratica e libera e non essere uguale a quelle società che, insieme agli uomini, opprimono le donne. I Governi devono essere sempre dalla parte di chi subisce ingiustamente violenza, non da parte dei più deboli, le donne non sono deboli, di natura. Se sono deboli, è solo perché decidono di esserlo, di soccombere, ma no. La vita è fatta per essere vissuta, la vita alla fine deve vincere, perché deve vivere e sconfiggere la morte, l’odio, la violenza, che non possono nulla contro di lei, se solo non si perde la voglia di vivere. Ebbene, sì. Il mondo può cambiare oppure no, dipende da noi. E qui entra ancora una volta in gioco l’arte, perché un libro, una canzone può insegnare qualcosa che serva alle donne per prendere coraggio, per denunciare le ingiustizie altrui e aiutarle a combattere le proprie, se mai dovesse succedere di incappare in un cappio terribilmente sbagliato. E indicare ai bambini e alle bambine qual è la vera strada da seguire. Non quella della violenza, ma quella sempre del dialogo, dell’amore, che sconfigge tutto. E qui entra in gioco l’educazione, ancora una volta la famiglia e la scuola, che devono svolgere il loro compito, prima che sia tardi, e insegnare che, in una vita, è impossibile non cadere, ma ci si deve sempre rialzare. Ed è una lotta comune, non solo delle donne, ma anche degli uomini, e quelli veri, quelli che amano. Perché quelli che odiano e picchiano non sono che vermi e non hanno niente a che fare con l’umanità che dovrebbe contraddistinguere gli esseri di questa Terra. Ma non è sempre così, spesso gli esseri umani non sono umani, spesso gli uomini non sono uomini, ma molto più vicino alle bestie, ai mostri delle storie. E non è vero che i mostri non esistono, esistono e come, l’importante è sconfiggerli, con l’antidoto più potente, con la luce che non sanno neppure cosa sia: l’amore. E la parola. Mai il silenzio, mai tacere davanti a un’ingiustizia, parlare, parlare e continuare a parlare, come diceva un famoso giurista iraniano, Ali Shariati, “Se non puoi eliminare l’ingiustizia, almeno raccontala a tutti”. Raccontala perché, dalle spine, possano nascere i fiori. Perché dallo sconforto, dall’abbandono, nasca l’amore e una vita tutta da riscrivere, a partire solo da sé. E l’ha raccontata Nojoud Ali, una ragazzina yemenita, in uno sconvolgente romanzo autobiografico, straordinario racconto di una storia vera, che non è uguale alle favole, ma alla vita, alla vita che ti pone davanti a qualcosa di terribile e tocca a te se soccombere o cambiare le cose, o sfondare la tradizione, o sfondare le paure e le resistenze o le debolezze di una famiglia che, ora non vuole agire (come il padre), o non può per la posizione di ingiusta inferiorità in cui si trova (come la madre), contro un marito egoista e senza umanità, coperto dalla donna che lo ha messo al mondo, che dovrebbe capire, in quanto donna, e invece calpesta a sua volta. Di Nojoud non c’è molto da sapere, per conoscerla, basta leggere il titolo della sua sconvolgente confessione, fatta con il candore di una bambina e insieme con la forza e la lucidità di una donna, la sua carta d’identità, quella con cui si presenta a un mondo che non la conosce, o finge di non conoscerla, perché, come lei, ce ne sono tante, ce ne sono troppe: “Io, Nojoud, dieci anni, divorziata”. Nojoud ha dieci anni ed è divorziata e, per essere divorziata, deve essere stata prima sposata, a dieci anni. A dieci anni a servire un marito, mentre abbandona gli studi, l’educazione che dovrebbe cambiarla. Privata di tutto, della famiglia, della scuola, delle amiche, dei giochi, dei pennarelli, della casa conosciuta, della capitale che ama, della sua stessa dignità. Sì, privata di tutto, ma non del suo amore per la vita. Perché Nojoud non ha ricevuto una buona educazione, ma una cosa la sa. Che nessuno merita di subire ciò che ha subito lei, che per sé, vuole qualcosa di meglio. Prima di tutto ed essenzialmente, essere una bambina di dieci anni, non una donna prima del tempo. Nojoud non ci sta ai soprusi del marito, non ci sta a subirne di tutte e di più, violenze su violenze, lontana chilometri e chilometri dalla sua famiglia. Ma tornare a casa non serve a nulla, perché nessuno vuole o può aiutarla. Nojoud ha dieci anni ed è una donna, che vuole lottare per riprendersi il suo essere bambina, che le è stato ingiustamente sottratto. Nojoud è già una donna, che vuole lottare per essere finalmente bambina, per tornare a colorare con i pennarelli e colorare ancora il mare, per imparare a leggere, a scrivere, per diventare un avvocato, sì, perché Nojoud vuole aiutare quelle come lei, ma prima se stessa. Nojoud trova la forza di lottare solo nella sua anima. E nel coraggio del fratello Fares, che è fuggito, perché la sua vita gli stava stretta. Anche Nojoud fugge. E a fornirle l’idea è la seconda moglie di suo padre. Perché, se tutti ti voltano le spalle, puoi sempre rivolgerti alla giustizia. Nojoud non ha intenzione di rassegnarsi ai lividi e alle violenze, deve e vuole vivere, cambiare la sua vita. E, in quelle grigie sale del tribunale, non trova solo la sua giustizia, la sua personale vittoria, il divorzio da un marito senza cuore e senz’anima, ma anche un’amica, il suo avvocato, Shada Nasser, una donna, che non ha paura di guardare in faccia gli uomini. Grazie a Shada, Nojoud otterrà il divorzio, la protezione della legge anche per la sorella minore Haifa, perché non le accada quello che è successo a lei, l’attenzione del mondo. La storia di Nojoud è già servita a altre due ragazzine, per ribellarsi al loro Destino, perché il Destino non è mai scritto. Perché, se ci rassegniamo alle stelle sfavorevoli, abbiamo già perso in partenza. La situazione di Nojoud sembrava disperata, lontana, sola, oppressa e maltrattata, a migliaia di chilometri da casa, eppure, ce l’ha fatta, grazie alla sua tenacia e al suo coraggio, oltre al suo immenso amore per la vita, quella vera, ce l’ha fatta. A vincere per lei e a vincere per quelle a cui il libro è dedicato, per tutte le “piccole yemenite che sognano la libertà”. E quella storia può e deve sorpassare i confini nazionali, per arrivare fin oltre il mare, in Occidente, fino al cuore di una giornalista franco-iraniana, Delphine Minoui, che si reca in Yemen, perché a sentito parlare della storia di Nojoud, la donna divorziata più giovane del mondo, una donna che si ritrova in America, a ricevere il premio di donna dell’anno insieme alla senatrice Hillary Clinton. Nojoud può tornare a sognare e userà gli incassi del suo libro, per finanziarsi i suoi studi da avvocato. E il libro si chiude con questo sogno, perché Nojoud pensa solo a questo e dice che non si vorrà mai sposare, ma i lettori sperano che, un giorno, Nojoud, oltre alla sua realizzazione professionale, trovi anche l’amore, quello vero. Quello che non ha conosciuto, quello che troppe donne non conoscono. E non solo in Yemen. Come ricorda una lucidissima Delphine Minoui, questa è una lotta di tutti, non delle donne yemenite, non delle bambine arabe, ma di tutte le ragazze del mondo, di tutte le donne del mondo, anche in Occidente. Insomma, sì, non basta commuoversi per le disgrazie e per le lotte delle proprie sorelle arabe, bisogna guardare molto vicino, perché non bisogna andare così lontano per vedere la sofferenza, perché, più vicine di quanto pensiamo, ci sono delle sorelle che hanno bisogno di noi. Perché troppe sorelle soffrono e subiscono, mentre devono solo gioire e vivere. E lottare, e noi, donne fortunate, dobbiamo aiutarle. Noi e gli uomini veri e la società che non deve mai girarsi dall’altra parte, ai gridi d’aiuto. Perché piangere su una tomba non serve più a niente, rimpiangere le donne che hanno fatto un’ingiusta fine. No. Bisogna evitare che accada, con la denuncia, con l’intervento tempestivo, prima con l’educazione e con la forza dell’arte. Perché, là dove spesso la politica fallisce, riesce l’arte. Un libro, una canzone, una carezza. Che insegni il vero amore, che insegni solo il bene. E a disobbedire alla violenza. E a disobbedire al Destino già scritto. E a disobbedire allo status quo. E a disobbedire, sì, a disobbedire a chi ci schiaccia, a chi ci opprime e a chi non ci ama. Ebbene, sì, in Occidente, ci sono tante storie, tanti libri, tante canzoni, che, in qualche modo, possono fare al caso nostro, ma ho deciso di parlarvi della più efficace. Di quella che tutti conoscono, che tutti cantano, una canzone che è un autentico capolavoro. E non è scritta da una donna. Né scritta, né cantata, né progettata. Molto ingenuamente si potrebbe pensare che, forse, una donna può capire meglio i sentimenti di una sua sorella ferita e calpestata. E, ancora, si può ingenuamente pensare che una donna riesca meglio, sì, a impugnare la penna e ascrivere contro la violenza sulle proprie sorelle. Perché ella è una donna e, per vicinanza, dovrebbe capire meglio e raccontare meglio e denunciare meglio. E scrivere qualcosa capace di scuotere le coscienze. Che rompa le catene intorno al cuore, che squarci le corazze e lasci fluire le lacrime di commozione di donne e uomini. No, non è vero. Non è detto, anzi. Non sempre una donna libera e fortunata può capire una calpestata. Ci prova, certo, ma non è scontato, è un pregiudizio come tanti altri. Perché, se il mondo aveva qualche dubbio in proposito, se pensava che la violenza sulle donne fosse meglio trattata dalle donne, ci ha pensato un grandissimo musicista e cantautore, un uomo dalla testa ai piedi a smentire e a scrivere una delle più grandi canzoni che sia mai stata scritta sul tema. Un autentico artista a cui non piace autodefinirsi così, un operaio della musica, che da anni e anni, sale lentamente, con una gavetta interminabile, un cantautore dalla penna ferma, dalla sensibilità unica, consapevole dei suoi meriti, ma infinitamente umile, un cantautore con una certa storia alle spalle, il cantautore che, fino al 2017, nessuno sapeva chi fosse. Il suo nome, come ha raccontato lui, con il suo meraviglioso e famoso sorriso stampato in faccia, in mezzo a tanti altri nomi famosi, produceva l’effetto sorpresa e nessuno, proprio nessuno aveva grandi aspettative nei suoi confronti. Dietro a quel nome, si celava un musicista, un autore dei più famosi cantanti contemporanei, dietro quel nome, si celava una storia, un percorso, una vita, dietro quel nome, che nessuno sapeva chi fosse, se non pochi (e privilegiati), si celava un’anima pura, vera, un cuore capace di scrivere un capolavoro. Sì, è vero, è entrato come autore di Emma, di Mengoni, di Renga, è uscito come se stesso.

Quel nome è Ermal Meta e quel capolavoro è “Vietato morire”. La canta una volta. E, allora, sì, è chiaro a tutti chi era quel nome in mezzo a tanti altri nomi. Un’anima unica, un uomo capace di scrivere una canzone, capace di far tremare il cuore, di far vacillare le anime, perché non importa urlare o sussurrare, il messaggio di questa canzone ha sfondato le aspettative, le classifiche, i silenzi. Un meritatissimo terzo posto (anche poco, in verità), il premio della sala stampa, il premio della migliore cover con “Amara terra mia”, che, come il testo in gara, è intensamente autobiografica e insieme universale. Ermal con la sua voce potente non ha accarezzato i cuori, è entrato dentro le anime. E per parlare di violenza, non ha scelto un titolo ovvio, un qualcosa di scontato, degno solo di mille stereotipi e altrettanti schemi. E l’ha fatto in un modo degno della sensibilità di un uomo vero, di un uomo unico. Come nessun altro è mai riuscito a fare e mai riuscirà a fare. Perché questa canzone non parla della violenza, questa canzone parla della disobbedienza alla violenza. Trasmette un messaggio di amore, di speranza, di luce nel buio. Della luce in fondo al tunnel anche quando sai che non c’è. La disobbedienza di Ermal, di sua madre, di ognuno di noi. Perché nessuna stella è mai definita, nessuna storia è già scritta, nessuna favola ha già un finale, nessuna strada deve andare per forza in una direzione, può cambiare e cambiare del tutto, andare direttamente, e senza esitare, nel senso opposto. Perché “l’amore non è violenza” e non è mai tardi per scegliere una “strada diversa”. Perché, quando ciò che ti circonda è odio, è violenza, è pugni in faccia, che feriscono i sorrisi, perché quando pensi che non ne uscirai mai, in quel preciso momento, decidi di disobbedire. Perché è “vietato morire!”. Sì, esatto, chi ascolta questa canzone non può far altro che chiedersi cosa significa “vietato morire”? Cosa vuol dire? Qual è la morte di cui si parla? Alla gente, non piace approfondire, per la gente, la morte è solo “smettere di respirare”, “smettere di esistere su questa Terra”. Ma questa canzone porta, trasporta molto naturalmente, verso una riflessione inevitabilmente più profonda. Che non tiene più conto degli schemi e delle definizioni. Perché anche “morte” non è una parola univoca, perché “morire” non significa solo essere sepolti. Quella è la tappa finale, ma non l’unica e neppure la peggiore. Questa canzone lo fa capire direttamente. Non solo e non tanto quella morte, che tutti temono e di cui tutti parlano, ma quella di cui nessuno parla mai. Quella interiore. Perché la violenza, dice Ermal, porta alla solitudine e la solitudine porta a morire dentro. E la morte dell’anima è peggiore di quella del corpo. Perché alla morte interiore, non bisogna cedere. Bisogna resistere, anche se tutto il mondo è contro di te, anche se sembra che la tua strada debba andare in quella direzione. Mai. Ermal non si è mai rassegnato alla sua vita, alle sue stelle e ne ha cambiata una per una. E ha fatto della disobbedienza il motore stesso della sua vita. Perché Ermal è diventato grande molto presto, perché Ermal è sempre stato cocciuto e determinato e non ha mai voluto accettare l’odio. Non ha mai voluto fermarsi alle cicatrici sulla schiena, ha deciso quello che non voleva diventare, ha deciso che su quelle ferite, come dice lui, doveva attaccarci le sue ali. Perché le sofferenze della sua infanzia, spine nei suoi occhi veri, di un bambino che ricorda “il primo giorno di scuola e ventinove bambini e la maestra Margherita e tutti mi chiedevano in coro come mai avessi un occhio nero”, che non ha dimenticato ”l’istante in cui” si è fatto grande “per difenderti da quelle mani, anche se portavo i pantaloncini”, che diventa un uomo che non sarà mai più grande dell’amore che dà, non sono state capaci di intaccare la sua forza, il suo coraggio, il coraggio di dire “no” e di girare la sua vita, tutta da un’altra parte, per dire “grazie” a un padre, per la sua assenza. Di essere uscito dalla sua vita. Secondo Ermal, è inutile spiegare tante cose, l’unico modo per spiegare “Vietato morire” è cantare “Vietato morire”. Una parola dopo l’altra, nessuna messa a caso, nessuna posta così. è un puzzle perfetto, che ricostruisce una storia, che denuncia la violenza, mentre la sconfigge. Perché tutte le ferite si possono chiudere o possono rimanere aperte, bisogna solo decidere che cosa si vuole fare. Prendere la strada più facile e soccombere. O quella più difficile e continuare a urlare: “Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai, e ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai, figlio mio, ricorda : l’uomo che diventerai non sarà mai più grande dell’amore che dai” “Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai e ricorda che l’amore non ti spara in faccia mai, figlio mio, ricorda bene che la vita che avrai non sarà mai distante dall’amore che dai” e soprattutto “ricorda di disobbedire, perché è vietato morire”. È una canzone che non sceglie i mezzi termini, una canzone che sceglie le parole, invece che il silenzio. Una canzone che dice tutto, con una forza impressionante, con una delicatezza penetrante, con una dolcezza totale, con l’innocenza di un bambino, con la maturità di un uomo, che è cresciuto molto presto, supporto della madre, spalla dei fratelli, un ragazzino che non ha avuto paura, che ha disobbedito alla violenza, benché ne fosse circondato, che ha cancellato l’odio, benché ne fosse colpito, un ragazzino cocciuto, determinato, che ha sempre chiesto l’opinione di dieci persone e ha sempre fatto ciò che gli pareva. Lo stesso bambino di quattro anni che, in studio con la madre, è rimasto incantato dai tasti bianchi e neri del pianoforte, lo stesso ragazzino che, a tredici anni, è rimasto mezz’ora in silenzio a riflettere, prima di dire alla madre: “Sì, andiamo”. E, in quel benedetto 1994, è arrivato a Bari, da una terra molto amara, dalla terra della sua infanzia, dalla terra ancora oppressa politicamente, dalla sua Albania, una terra tanto dolce e tanto amara, la terra delle sue radici, la terra in cui Ermal ha deciso di essere quello che voleva diventare. Ed è rimasto ciò che era, pur crescendo, perché, è vero, “Non abbiamo armi contro il cambiamento”, ma l’importante è portarsi dietro qualcosa dal passato, qualcosa che si condensi nell’anima, qualcosa che deve essere buttato fuori, un’eccedenza spirituale che non può più stare dentro, una sofferenza che si è sempre portato dentro, dietro. Anche se è successo una vita fa. Ecco chi era Ermal Meta, il ragazzo albanese che ha imparato l’italiano a forza di insistere e l’ha imparato in maniera assolutamente impeccabile, l’anima complicata, vera, pura, il cuore che non concepisce l’odio, che detesta le ingiustizie, che canta solo l’umanità. Ecco chi era Ermal Meta, un musicista a tutto tondo, capace di cantare le canzoni più ritmate e quelle più dolci, le canzoni più allegre e di intonare la più forte esaltazione della speranza, quello capace di parlare di terrorismo e di sussurrare una cover fortissima, con tutta la potenza della sua voce, che tocca l’anima. Che scuote il cuore. E non serve di urlare, per sconvolgere una vita. Basta sussurrare, come in una pazzesca “Piccola anima” e in un’insistente e intensa richiesta d’aiuto in “Mi salvi chi può”. Ecco chi era Ermal Meta, un uomo che avrebbe tutti i motivi di vantarsi, eppure rimane umile, profondamente ed essenzialmente umile, consapevole dei propri meriti, così come dei propri limiti, che ha trasformato, come dice lui, uno per uno, in confini, perché “i limiti non si possono superare, ma i confini sì”. Ed Ermal le ha cambiate davvero queste stelle. Ed Ermal li ha superati davvero tutti i confini. Con la sua dolcezza, con la sua grinta, perché Ermal Meta canta quello che scrive, scrive quello che canta ed è quello che canta e scrive. Un uomo romantico, saggio, al quale viene bene ogni cosa che fa e non può essere altrimenti, quando uno ha le perle negli occhi e nel cuore. Ermal è questo. Un uomo con la u maiuscola: voce da brividi, fino alla commozione, mani capaci di produrre meraviglie sul pianoforte e sulla chitarra, una penna che fa invidia, una personalità molto forte e soprattutto l’eterno e spontaneo e meraviglioso sorriso che si vede sul volto e si sente nella voce. Ermal sorride. Ermal ha sempre sorriso. Insegnando che, per sorridere davvero, non è che non si è mai caduti, piuttosto si è caduti molto e molto a lungo, per rialzarsi sempre, perché, nella sua “Non abbiamo armi”, c’è tutta la sua anima: “Ogni dolore ti è servito e non lo sai a costruire il tuo sorriso, quel bel sorriso che adesso ahi”. Perché il cantautore di “Vietato morire” non si è fermato e ha sorpreso il mondo con tre album, uno più bello dell’altro, e ha ancora molto da dire. Perché ecco chi è Ermal Meta, una forza della natura, un pozzo inesauribile di saggezza, un contenitore di infinita bontà, gentilezza, dolcezza e tanta voglia di vivere. Tanto amore della vita. Ecco chi è Ermal Meta, colui che ha fatto dell’amore l’essenza della sua vita, che ha fatto dell’amore la sua più grande speranza, perché, l’ha detto, è come il Sole, l’amore, che scompare, ma alla fine c’è sempre e ritorna. L’amore senza definizioni, l’amore in tutte le sue sfumature, l’amore che si infiltra ovunque, anche in quelle che non sono prettamente canzoni d’amore, fino a caratterizzare le note,a impregnarle di vita, perché “nonostante le correnti e tutti questi cambiamenti, c’è ancora luce dentro gli occhi, c’è ancora aria nei polmoni”. Ecco chi è Ermal Meta, un uomo capace di unire le persone di tutte le età, capace di saldare insieme uomini e donne e di dare una speranza reale a quelle donne che soffrono, che patiscono la violenza. I bambini che subiscono le ingiustizie possono aggrapparsi a “Vietato morire”. Perché “Vietato morire” non è solo una canzone, ma è un pezzo di vita, un “pezzo di paradiso”, proprio come il suo autore. Perché non è impossibile sfuggire alla violenza, anzi. Non è vero niente, tutti i pregiudizi sono falsi, perché non bisogna scegliere la strada che ci presentano, ma solo quella che vogliamo. Non è vero, non è vero assolutamente niente, che chi nasce nell’odio finirà per odiare. Anzi. Tutto il contrario. Niente è per sempre, se non quello che decidiamo che lo sia. E, ricordatelo, sempre, donne che soffrite, sorelle che continuate a subire, che avete paura e non dovete, che pensate che sia amore e non lo è, donne che, invece delle carezze, vi danno i pugni, a voi donne, sorelle fortunate, come me, sorelle libere, ricordatelo, davanti alla violenza è… “Vietato morire!”. Perché la violenza non deve ucciderci. Né il corpo, né l’anima. E noi non dobbiamo lasciarci uccidere, risucchiare dalla solitudine, schiacciare dai cazzotti, noi dobbiamo “disobbedire”, come Ermal. Perché il ragazzo di Fier, trasferito a Bari, è un esempio di vita, un uomo che, come poche donne, è riuscito a rendere così attuale e così vicino un tema così delicato. Perché con “Vietato morire” non ha scritto una canzone, ha scritto un capolavoro immortale. Una luce in fondo al tunnel, una speranza a cui aggrapparsi. Perché non esistono pregiudizi che tengano e non è vero che gli uomini sono tutti uguali, no, ci sono uomini straordinari capaci di stravolgere il mondo, per combattere al fianco delle donne e facendolo nell’unico modo possibile: con l’amore. Ed Ermal Meta è pieno d’amore. Ha l’anima avvolta dalla luce, che noi abbiamo il diritto-dovere di respirare, di prendere il suo benefico vento di montagna, di quello che sparge con la sua musica, con i suoi concerti esplosivi, con la sua delicatezza, con i suoi occhi, il suo viso, il suo cuore, la sua persona che sorridono. E sorride in tutte le membra e sorride, proprio perché ha sofferto. “peggio di un cuore infranto” ha detto “C’è solo un cuore intatto”. E il suo si è spezzato tante volte, e ha passato tanto tempo a terra, per poi salire, finalmente, e salire nell’unico modo possibile, arrivare direttamente al cuore, perché Ermal non è un cantautore che carezza la pelle, no, che solletica i pensieri, se decidi veramente di conoscerlo, se lo ascolti veramente nota per nota, ti arriva giù, in fondo. Fino in fondo all’anima. Producendo un miscuglio di caldo amore, che ti si infila in fondo, un benessere così interiore, che è difficile a volte tirarlo fuori, che è difficile esprimere a parole. Perché Ermal fa del bene a chiunque abbia l’onore di incontrarlo e di seguirlo ed è proprio per questo che i suoi lupi ( il suo fan club si chiama I lupi di Ermal), sono tanto fedeli e innamorati. Perché Ermal non conosce le mezze misure, perché non può piacerti un po’ Ermal Meta, o non ti piace (perché non lo conosci) o lo ami, non c’è una via di mezzo. Perché Ermal non merita un pezzo di cuore, ma tutto. Perché ogni lupo può correre con lui e lo deve fare per forza con tutta l’anima. Come lui, che ci mette tutto in quello che fa. Ermal non si dà un pezzetto, Ermal si dà completamente, senza filtri, senza limiti. Perché Ermal è così. Così com’è: diretto, sensibile, spontaneo, Ermal è così, né più, né meno di quello che appare. Perché ecco chi è Ermal Meta, un uomo capace di dare l’esempio e di mettersi a capo di un branco che, una volta che lo incontra, lo trova per sempre. Perché, come dice lui, “i simili si riconoscono” e “i cuori vanno insieme a tempo e, quando non si cercano, si trovano lo stesso”. Ecco chi è Ermal Meta, un uomo capace di far innamorare, di travolgere con la potenza della sua musica, anche chi la musica non l’ha mai ascoltata, davvero. Ermal Meta, il suo bene, la sua musica, i suoi concerti che fanno vibrare l’anima, i suoi live che fanno vivere, suscitando delle emozioni incredibili, delle emozioni che non devono far paura. Perché è solo amore e l’amore è solo bene. Ecco chi è Ermal Meta, ognuno lo conosce con la sua sensibilità e io anche. Ecco chi è Ermal Meta, l’uomo più simpatico e autentico che abbia mai avuto l’onore di incontrare nella mia vita, la persona più incredibile (l’unica) che abbia fatto fermare un attimo i miei piedi, che mi abbia fatto alzare lo sguardo, non solo sui miei piedi, ma di qua, a lato, che mi ha fatta guardare non solo me stessa e le mie qualità, ma quelle di qualcun altro, le sue. Ecco chi è Ermal Meta, il cantautore che sono onorata di seguire e non lasciare mai più solo. Il cantautore a cui ho avuto l’onore di stringere la mano, il cantautore che mi ha fatto sognare a occhi aperti, ascoltare la musica a occhi chiusi, il cantautore di cui ho comprato tutti i Cd, tutti autografati, il cantautore che ho avuto tanto vicino, per volare tre metri sopra il cielo. Ecco chi è Ermal Meta, il cantautore che, con la voce, le mani e il sorriso, non cura solo il corpo, ma anche l’anima. E non solo le sue ferite, ma anche quelle degli altri.

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Arianna Frappini

RIPRODUZIONE RISERVATA

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Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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