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Da Est a Ovest : l’arte contro il terrorismo

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25/04/2018 di Arianna Frappini

Il terrorismo è una piaga dei nostri tempi. È la paura che ci accomuna tutti. È una minaccia da combattere. È un nemico che potrebbe colpire ovunque, in qualsiasi momento. È una guerra diversa da quelle che siamo abituati a leggere sui libri, con due schieramenti, che si fronteggiano sul campo aperto. È sicuramente una cosa terribile, una cosa della quale avere paura, ma dalla quale non farsi schiacciare. È certamente una cosa spaventosa, ma non bisogna fraintenderla. Bisogna dare ai terroristi quello che meritano, bisogna rispondere in modo adeguato. E, per questa guerra subdola, che si insinua nella nostra vita e nella nostra convivenza civile e pacifica, come un tarlo nel legno, tentando di risucchiare le forze positive, simile a un buco nero, non bastano le armi tradizionali. Non basta lo scontro sul campo, non è sufficiente rafforzare la sicurezza. È perfettamente inutile (oltre che terribilmente controproducente) bombardare dall’alto, sperando di scovare i terroristi e finendo solo per colpire ancora vittime innocenti. Tutto questo non basta, tutte le armi, tutte le azioni militari non bastano. Questa è una lotta mondiale e deve essere combattuta con tutti i mezzi. A tutti i livelli. E il livello militare è solo uno e neppure il più importante, figuriamoci il più efficace. Questa non è una lotta solo militare, questa è una lotta ideologica. Una lotta contro la paura, contro l’odio, contro i principi falsi, contro i retroterra che tutti credono ci siano dietro il terrorismo. Non è una lotta contro una religione, anche se c’è chi si impegna a farcelo credere. Questa è una lotta della gente di fede contro le distorsioni della fede, non è Cristianesimo contro Islam, non è Occidente contro Oriente, non esiste. Questa è una lotta delle religioni contro l’eresia pura, la lotta del mondo, da Est a Ovest, contro una minima parte del genere umano. È una lotta delle persone che credono nell’amore, contro quelli che vogliono affermare l’odio. E l’odio non ha niente a che fare con la religione. La religione è una copertura, la più grande copertura della storia, sotto la quale hanno agito, indisturbati, criminali allo stato puro. Questa è una lotta ai pregiudizi, alle idee sbagliate, all’odio, al razzismo e all’ignoranza dilagante. Perché la gente, trascinata dalle paure, è portata a pensare cose errate e Occidente e Oriente, che sono inscindibili come il punto dove tramonta e sorge il Sole, finiscono per combattersi. Ma il terrorismo è un problema comune. Le vittime dei terroristi non sono gli occidentali, i francesi, gli inglesi, gli americani, sono tutti quelli che si mettono sul loro cammino, in primo luogo gli arabi che non si adattano al loro dispotismo. E al loro estremismo, che non potrebbe essere più lontano dall’uguaglianza predicata nel Corano. La gente ha paura, perché non sa niente. Non sa assolutamente niente e ha paura degli immigrati, che sono le prime vittime, degli arabi, che sono i primi bersagli dei terroristi. Qui non esistono occidentali o arabi, qui esistono fratelli, contro una minaccia esterna a entrambi. Il terrorismo è una cosa complicata da spiegare, con tante implicazioni politiche precedenti e successive, con rancori che vengono da lontano, con follie uguali ovunque in tutti i tempi, con la mania umana di estremizzare la fede, fino a darne un’interpretazione così lontana dal significato originario, che uno si chiede come sia possibile che da una religione pacifica, che predica l’amore, possa nascere tanto odio. Non è dalla religione, è dalla mente umana, che cerca vie alternative di grandezza, quando non vale niente. Che si aggrappa alla follia, quando ha il cuore vuoto. È impossibile, ora, in questa sede, dare una visione completa del terrorismo, ma una cosa la possiamo fare. Ed è rovesciare le idee che certi Partiti ficcano in testa alla gente, che casca in pieno nella rete, perché non sa. E noi vogliamo che la gente sappia. Che apra gli occhi, che, visto che ha dei nemici, sappia chi sono e come combatterli. Non i nostri fratelli musulmani, solo i terroristi, che contaminano e forzano interpretazioni folli, usando la religione come mezzo e copertura di crimini inenarrabili e disumani. E sventolando, in alto, la bandiera dell’Islam, così che tutti gli occidentali possano credere che è davvero colpa di una fede violenta, che incita all’odio. Questa definizione, rifletteteci un attimo, è contraddittoria. La religione è un supporto, qualcosa che deve sostenere e aiutare, una cura benefica per i mali del mondo, che dà una speranza, una speranza grande. Quella della vita eterna, del Paradiso, dopo una vita di opere buone e bene. Poi ogni religione può declinare questa speranza in diversi modi, possono cambiare i profeti, sottigliezze teologiche, che, alla fine della vita, non vale la pena neppure approfondire. La religione è sempre un bene e chi dice il contrario è un pazzo. La religione non è mai un male, è un male l’interpretazione forzata che ne dà un 2% dei musulmani, che non sono neppure degni di essere chiamati così. Vogliono far credere che sono i veri detentori della fede, rigirano come vogliono le parole del Corano, interpretano sure degli inizi, come fossero ancora attuali, vogliono realizzare versetti scritti sulla spinta dell’espansione del VII secolo, come fossero possibili nel Duemila, come se Maometto avesse detto che bisogna uccidere in nome della fede. Quella del terrorismo non è che una lotta insensata, come insensate furono le crociate, nate da un’interpretazione forzata e distorta del Cristianesimo. Attenti, perché è la stessa cosa, si fraintendono tanto i termini, si confondono tante cose, si mescola la religione con la politica, con la follia. Il terrorismo è una reazione, sbagliata e violenta, ma una reazione contro vecchi rancori, che la colonizzazione e l’imperialismo hanno ficcato nei cuori. Certo, niente giustifica una risposta così violenta. Come ho detto, il terrorismo è un fenomeno molto complesso, quello che si vuole far capire qui è che, se dobbiamo combattere, ripeto, combattiamo contro i nemici giusti. E con i mezzi giusti, per favore! Perché qui vanno combattuti, nella stessa guerra, il terrorismo, i pregiudizi, l’oppressione, l’ignoranza, l’odio, scogli difficili da sconfiggere, proprio perché è una lotta diffusa. Che si insinua negli spazi della nostra vita civile. Si insinua nell’integrazione, si insinua e minaccia di distruggere alle fondamenta la nostra società multiculturale. Essere diversi è una ricchezza, essere uniti è l’unico modo per vincere. Perché questa è una guerra che non si combatte sul campo aperto, questa è una guerra ideologica, che si combatte ogni giorno, insieme ai nostri fratelli, che sono le prime vittime, vittime dei terroristi e che rischiano di diventare anche nostre vittime. Vittime del nostro odio, dei nostri sguardi ostili, solo perché professano la loro fede. Attenti, perché l’odio è deleterio e porta a vedere miraggi nella sabbia, a prendere abbagli che costano cari. Attenti a non fare gli stessi errori di quei pazzi, attenti a non far diventare peggiore la cura del male. Bisogna curare questa ferita, sì, ma con i mezzi giusti, non con l’odio, con l’amore, non con il razzismo, con l’intelligenza. Perché qui si tratta solo di essere intelligenti e di fare due più due, di studiarsi un attimino la storia e di affidarsi all’arte. Sì, perché questa è una lotta senza armi efficaci, totale, e l’unico modo di rispondere è un modo totale, che abbia una forza doppia, che non sia un’arma come siamo abituati ad intendere. Per combattere un nemico così subdolo, serve un’arma più potente delle bombe, più potente del cannone, che non spacchi, che non distrugga, che non uccida innocenti, ma che curi tutti i rancori, gli strappi, le distanze, gli odi, le paure. Serve un mezzo potente, per cui si possa gridare al di sopra dei fragori degli aerei che mitragliano senza pietà. Serve un urlo al di sopra degli odi, al di sopra dell’odio. Serve un mezzo più forte della storia, più grande dell’intelligenza. Perché l’intelligenza, i ragionamenti ben costruiti, forse, alla fine, non convinceranno mai quelli che vanno per la loro strada, i folli che credono di dover combattere contro l’Islam, mentre dovrebbero lottare contro se stessi e le proprie false convinzioni, proprie, neppure tanto, quelle dei terroristi, dei Partiti razzisti che le ficcano nella mente, inquinando il cuore. Serve un mezzo più potente, un mezzo più potente della retorica, più potente delle urla e delle discussioni. Serve, da Est a Ovest, l’arte. In tutte le sue forme. Per combattere un nemico così subdolo, serve l’arte. I libri, i quadri, le canzoni, che sotterrino le paure, che chiariscano i dubbi. Solo l’arte può farci vincere questa guerra senza campo di battaglia. Le bombe non servono a niente, non serve a niente scovare i terroristi (almeno, fosse vero…) e catturarli, se poi perdiamo ogni giorno, se non usciamo per terrore, se non andiamo più da nessuna parte, per paura di un attacco terroristico. L’arte. Che nasce da menti ispirate e da cuori puri, può vincere. E sta già vincendo. Da Est a Ovest, è una lotta degli intellettuali, degli artisti di tutto il mondo e in tutti i campi. Dobbiamo unirci per combattere e dobbiamo essere in prima fila. Agli increduli, alle paure, non portiamo urla, portiamo libri, portiamo fiumi di parole, portiamo la penna che fa la differenza, portiamo la cosa che sappiamo fare meglio. Mettiamo a disposizione di questa lotta i nostri talenti e i frutti più veri della nostra mente. Perché una storia, una poesia, una melodia, un disegno possono arrivare dove le bombe feriscono e curare. È un dovere, oltre che un meraviglioso diritto condividere ciò che abbiamo dentro, ciò che vediamo fuori e arrivare direttamente al cuore, senza mediazioni, senza ragionamenti, con l’empatia che solo l’arte può creare. E c’è chi lo sta facendo. Da Oriente a Occidente, in un unico grido di pace, di bene, di amore, di fratellanza. Contro il terrorismo e contro la sua peggiore conseguenza, la paura. Sono due nemici da combattere e il mezzo più efficace è una penna, in mano, e davanti un foglio bianco. Non importa come, in quale forma, l’importante è rispondere con l’arte, con il talento che ci muove le ali e farlo adesso, subito! E farlo senza esitare. E farlo senza timore. E farlo per i nostri fratelli, per mettere là dove i terroristi ci hanno messo l’odio e la distruzione, l’amore e la libertà. Universali, eterni, Soli, stelle. Le forme artistiche fioriscano come tante perle, non importa come, l’importante è farlo, adesso, subito, senza paura. Per gettare i semi di una lotta già vinta. Perché se scriviamo, può cambiare il mondo, anzi, già cambia il mondo. E cambia perché noi parliamo e non tacciamo, vinciamo solo perché intanto lottiamo. E, oggi, porterò due esempi, uno d’Oriente e uno d’Occidente, per dimostrarvi che è tutto vero, che non è un bel miraggio, ma è una lotta possibile, per illuminare il cammino e far capire che la parola scritta arriva dove le bombe distruggono, per risanare la Terra e tutti i suoi abitanti.

In Oriente, ho trovato un libro, per confermare ciò che disse la nobel per la pace 2003, l’iraniana Shirin Ebadi, in un’intervista: “Contro il terrorismo?” rispose: “I libri!”. Ci sono tantissimi libri, che predicano l’amore, che spiegano l’Islam com’è davvero, ci sono tanti libri, che potrebbero fare al caso nostro, ma ne ho scelto uno, stavolta, non è un romanzo, non è una storia, anche se, in tutte le sue pagine, si sente viva e pulsante la vena del romanziere. Questa volta è un’opera politica, potremmo definirla un saggio politico, ma anche un dialogo di uno scrittore con la figlia, dal titolo emblematico: “È questo l’Islam che fa paura” di Tahar Ben Jelloun. È uno scrittore straordinario che sa essere romanziere e saggista, all’occorrenza, uno scrittore impegnativo e impegnato, che sa declinare in tutte le forme, quelle della lucida trattazione, che si mescola all’incanto della poesia, le sue convinzioni, le sue origini, la sua vita e la vastissima cultura araba, che illumina, come una torcia azzurra, le pareti del suo coraggio. Lo stesso che ci ha fatto sognare con gli “Amori stregati” e con innumerevoli altri racconti, qui, ci incanta con la sua capacità di essere saggista, pur rimanendo romanziere. È un saggio, è un dialogo politico, eppure, rimane un romanzo. La fotografia della realtà, che scava dentro le paure, scava dentro i pregiudizi, per farli a pezzi, con la forza della penna. È il solito Tahar Ben Jelloun, razionale ed equilibrato nel riconoscere i limiti e gli errori dell’Occidente e dell’Oriente. Non esiste una visione semplicistica di un fenomeno, come questo, di ampie dimensioni. Sicuramente, l’ha detto più volte, i Paesi arabi hanno bisogno del loro rinnovamento, di un radicale rinnovamento politico, sono i primi che devono lottare per togliere questa macchia sulla loro fede. E lo possono fare soltanto con la cultura e l’educazione, l’istruzione e l’intelligenza di tutti i nuovi immigrati in Occidente. Insomma, devono essere i primi a dire ai razzisti: “State dicendo un sacco di cavolate”, non con le parole, con i fatti. D’altra parte, però, gli occidentali devono seguirli immediatamente dietro, interessandosi alla cultura araba, all’Islam nella sua interezza, non vedendo solo la superficie, la copertura, la distorsione. Gli occidentali, dice Jellloun, non approfondiscono, si fermano alla violenza, all’attentato, e non vanno oltre. Non vedono più là del naso. Perché, ovviamente, è più facile. Tahar Ben Jelloun l’ha detto più volte, il Corano è un libro straordinario pieno di poesia pura, un libro che andrebbe letto da ogni occidentale, con intelligenza, non cadendo nel tranello dell’interpretazione semplicistica. È un testo sacro e in quanto tale, siccome riguarda l’anima, la vita eterna, dimensioni astratte e non tangibili, deve per forza essere scritto per metafore e modi di dire, per immagini simboliche, è normale che abbia un linguaggio complesso, perché è espressione di una realtà complessa. Una realtà, nei cui fili bisogna districarsi con la mente che va oltre, proprio con l’immaginazione che va oltre l’orizzonte, non con le visioni limitate. La conclusione di Tahar Ben Jelloun è che occidentali e arabi, tutti, devono riconoscere i propri errori e smettere di guardare in modo ristretto, per andare più in là degli occhi. Perché questo Islam, l’Islam che fa paura, non è il vero Islam, perché il Jihad non è una guerra santa contro gli infedeli, ma uno sforzo sulla via di Dio, uno sforzo interiore, non esteriore e qualsiasi altra interpretazione è strumentale e funzionale alla smania di potere. La religione è una grande copertura, per i terroristi, per gli occidentali che non vogliono fermarsi a riflettere, per pigrizia, perché è tutto più facile. Cedere alla paura è facile, lottarci contro, per niente. E, siccome è uno sforzo immane, lo si può fare con un mezzo più forte, uno che nasce dal cuore. Benché questo libro sia scritto con grande intelligenza, è indubbio che Tahar Ben Jelloun c’ha messo la sua anima di intellettuale, perché, mentre traccia la storia degli ultimi tempi, come dei secoli lontani, mentre depreca la pessima integrazione degli immigrati in Francia e da qualsiasi altra parte, mentre condanna la guerra in Siria e tutti gli interessi che ci stanno dietro, torna a tratti potenti la forza del romanziere, che si inoltra nella mente dei dittatori e non riesce a districarsi, o mentre prende la parola di un terrorista e traccia, senza pietà, la strada a cui spesso approda una cattiva politica, che pretende di raggruppare tutti, indistintamente, e spesso fa errori clamorosi. Spesso, i carceri, spesso lo stesso razzismo può generare rabbia e rancore in ragazzi che si sentono sperduti e disorientati, prede facili di ambiziosi senza scrupoli, che mirano a conquistarsi il mondo, non a diffondere la loro fede. Persone così una fede non ce l’hanno, un Dio non ce l’hanno, se non uno: il potere. E, quando il potere diventa un Dio da adorare, succede quello che abbiamo visto a Nizza, a Parigi, a Barcellona, a Londra, A Manchester, e, non dimenticatelo, a Kabul, al Cairo, a Damasco, a Tunisi e in innumerevoli altri luoghi, che non si contano più. Il lucido intellettuale marocchino, residente in Francia, dice che i musulmani devono fare il primo passo, devono impegnarsi perché la loro fede non sia più strumentalizzata, ma anche gli occidentali devono fare la loro parte. E, mentre c’è chi preferisce non approfondire e non lottare, c’è chi l’ha fatto e continua a farlo, ogni volta che, da qualche parte, risplendono le nostre penne e risuonano le loro voci. Perché, anche a Ovest, ci sono artisti che gridano contro il terrorismo. E ho deciso di portare una canzone straordinaria, una canzone per cui non bastano le definizioni, una canzone che sta spopolando, che è in testa a tutte le classifiche, una canzone che tutti conoscono, che molti cantano. Una canzone che ha portato un messaggio incredibile, la risposta ai nostri nemici, una risposta totale, la risposta dell’arte, della musica, la risposta di due artisti straordinari e di due voci impressionanti. Questa è la risposta che ogni intellettuale d’Occidente dovrebbe gridare, urlare, scrivere, vivere. La risposta al terrorismo, alla paura, all’odio, che attanaglia tutti, che sconfigge i buoni sentimenti. Non è facile pensare di scrivere un’opera d’arte su una cosa così difficile e terribile, eppure Ermal Meta e Fabrizio Moro, insieme ad Andrea Febo, ce l’hanno fatta. E, siccome l’arte passa sempre per il cuore, prima che per l’intelligenza, non poteva che apparire un capolavoro, e non poteva essere altrimenti, una canzone contro l’odio senza odio. Non c’è mai una volta, una sola volta in cui nella canzone compaiono parole come odio, rancore, rabbia, violenza. Perché è la canzone che tutti conoscono e che tutti devono capire, la canzone che dà l’esempio, la canzone che racconta una storia, che è una storia, un affresco efficace di tutti i giorni, delle immagini di guerra, delle paure che attanagliano tutti, del terrore che ostacola il cammino e del mondo che deve reagire così, così, con il sorriso di un bambino, facendo cadere i muri di contrasto, con lo spazio di un abbraccio e con una risposta, la risposta più significativa che l’arte possa dare, l’esempio più lampante di come sia possibile vincere, vivere e pregare, anche se si entra per due ingressi diversi, le chiese e le moschee saranno sempre la stessa casa, e davanti alle stragi, davanti al sangue che si confonde con la vergogna, diventano possibili solo l’assenza di rancori, la vita che prosegue, l’ispirazione, l’amore, la verità, la libertà, i sentimenti, il cuore, che vanno al di là di ogni massacro, che sono capaci di spezzare i minuti di silenzio, per urlare: “Non mi avete fatto niente!”. Sì, non ci avete fatto niente, non ci avete tolto niente, non ci avete inquinato il cuore, non avrete il nostro odio, non avrete la soddisfazione di rompere l’incanto, l’amore.

Questa è una canzone che demolisce l’odio, con l’amore. Una canzone contro il terrorismo, solo con parole di tolleranza, di fratellanza, di lotta comune. Una canzone con una storia straordinaria alle spalle, una canzone che è stata spinta in alto da una lettera, una lettera di un uomo che, in un attentato, ha perso la moglie, la madre di suo figlio, una lettera che ha dato la voglia di scrivere, ha fornito l’ultima conferma a due artisti straordinari, una lettera di un marito senza odio, senza rancore, diretta ai terroristi, che finiva con la frase: “Non ci avete fatto niente”. Ermal e Fabrizio, due artisti puri, due sopravvissuti per le loro storie così diverse e così simili, due anime profonde, due voci da brivido, hanno coniugato, in una sola canzone, due componenti che spesso si rincorrono e si rifuggono, e loro invece le hanno messe in quelle note, in quelle strofe, in quel ritornello, in quelle grida: la denuncia e la speranza. Due componenti che spesso si escludono, si allontanano, si separano, qui, si saldano per sempre, in un eterno grido, perché mentre è in alto la denuncia del terrore e della paura, prende il volo la speranza, che da nulla può essere sconfitta, la speranza di una vita che nasce, di un sorriso che spunta sul volto di chi avrà questo mondo in mano. Della grandezza dell’amore, della purezza dell’amicizia. Questa canzone ha già unito il mondo, dentro e fuori. Questa canzone ha trionfato come trionfa sempre la vita, come trionfa sempre la gioia, come trionfa sempre la verità. Questa canzone ha trionfato, ha vinto e continuerà a vincere, perché porta un messaggio straordinario di bene. Non di indifferenza, solo d’amore. Perché, sì, qualcosa è successo, d’accordo, il terrorismo ha fatto vittime, però, bisogna reagire. Bisogna reagire, per la memoria di quei morti, bisogna reagire perché i terroristi non continuino a fare vittime, perché non siano vittime quelli che continuano a sopravvivere e a temere. Una vita di paura non è vita. La paura c’è, sì, e accomuna tutti, ma non è l’unica cosa, non bisogna lasciarsi andare al terrore, non bisogna fare in modo che vinca l’odio. Perché i terroristi si credono tanto grandi, ma in verità, non hanno avuto proprio niente. Perché le loro smanie di potere, perché le loro manie di conquista non valgono niente. Si credono grandi e sono piccoli, perché, davanti al mondo, e al mondo quello vero, che si rialza, non contano niente. Non hanno ottenuto niente, hanno lottato e fatto male, per niente. Speravano di dividere il mondo, di distruggere, che si parlasse solo dell’odio, mentre non hanno avuto che una bruciante sconfitta. La sconfitta dell’odio, che non vale niente davanti all’amore, che non vale niente davanti a un abbraccio, che non vale niente davanti all’unione, che non vale niente davanti alla lotta di fratelli, che non vale niente davanti alla bellezza del mondo e alla felicità che bisogna afferrare, come una bolla, perché questa è la sola vita che abbiamo e non vale la pena di passarla nell’odio. A farsi schiacciare come tante formiche sotto i piedi, dobbiamo alzare gli occhi e avere il coraggio di aiutarci, di abbracciarci, di amarci, perché siamo umani e il resto non conta niente. Siamo umani e possiamo scambiarci la pelle, perché siamo fratelli, dobbiamo unire le nostre mani, le nostre braccia, contro il terrore, contro tutti quelli che vogliono farci credere che gettano bombe per portare pace. Una bomba non porta mai pace, la pace, quella a cui tutti aspirano, la può portare solo l’arte. Un libro, una canzone. La lucidità di uno scrittore, il coraggio profondo di due artisti. Ermal e Fabrizio hanno trovato la strada che deve percorrere il mondo, hanno fatto vedere al mondo la verità, tutta la verità, e sono arrivati direttamente al cuore, hanno unito in una sola canzone l’Est e l’Ovest, inscindibili come i punti cardinali che rappresentano, hanno messo in una sola canzone non solo l’anima intima e l’anima grintosa, l’uno dell’altro, ma del mondo intero. Perché questa canzone, che innalza la denuncia e la speranza, possiede insieme tanta dolcezza e tanta forza, perché questa canzone, a volte va sussurrata, altrettanto spesso urlata e urlata con tutta l’aria nei polmoni, perché, prima di uscire da due menti e da due penne, è venuta da due cuori. E quando qualcosa viene dal cuore, non può che trionfare. E vincere contro quelli che pensano di toglierci tutto e non ci hanno tolto niente, di quelli che pensano di schiacciarci, ma non lo faranno, noi non daremo loro questa soddisfazione, noi lotteremo e lo faremo con l’arte, a partire da qui e da questa canzone, alzatevi e urlate tutti, mentre il Sole splende: “Non mi avete fatto niente! Non mi avete tolto niente!”.

🔘 Arianna Frappini

RIPRODUZIONE RISERVATA

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Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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