Il potere violento e salvifico della fantasia: “Il Libro Del Buio”

Certi giorni, restiamo allibiti. Certi giorni, affermiamo l’importanza della memoria, l’urlo della storia da non dimenticare. Come se bastasse un giorno o due (fossero anche trecentosessantacinque, temo, , non basterebbero lo stesso), per dare voce alle atrocità che ci parlano dal passato e per rendere a tutte le vittime giustizia pari. Ne sono pieni i secoli, ne è saturo il cosmo. Di buio e di ingiustizia. Sono così tante, le ingiustizie, che non si possono contare, che non si possono denunciare, col solo dire superficiale e cronachistico. Certe ingiustizie, certe atrocità vanno capite, viste, lette, scritte. Denunciate, senza banalizzarle, senza farne un annuncio pubblicitario. A volte, davanti alle ingiustizie, davanti a come l’uomo (e solo l’uomo, non come gli animali) riesce a fare del male ai suoi simili, fino all’irreparabile, bisognerebbe solo tacere. Guardare, serbare nel ricordo, non dimenticare, perché non accada più, mai più. E perché queste non siano solo parole. Belle ed effimere parole, che durano il tempo d’un giorno, lo spazio d’un ricordo. Che sia vero, sia tutto vero. Che possiamo riscoprire il vero valore della denuncia fatta su carta, il vero rispetto del silenzio e l’ultima speranza, l’ultima sponda, l’ultima ancora, che finisce solo con la vita. Perché, anche nel buio più profondo, si può accendere una luce, perché, anche nei corridoi umidi e puzzolenti dell’oppressione, può volare una colomba di libertà. E fosse una sola, ma basta. Quando il corpo regredisce, subisce, tace, allora, lo spirito si livra al di sopra delle privazioni e può fare miracoli. Il miracolo della vita, il miracolo di uscire dalle trappole più vili della storia, dagli strumenti più brutali di annichilimento e morte. Quando il corpo è legato, l’anima è capace di spiccare il volo, là dove non possono nulla i ricordi, là dove nulla può la volontà, arriva la fantasia. Lo strumento tanto auspicato, ma solo nei bambini. Disprezzato nei grandi, messo a tacere dalla globalizzazione e dagli strumenti elettronici. Quello strumento che permette a coloro che scrivono di essere davvero quelli che sono. Di scrivere le storie che incantano il mondo, di incidere, a fondo, nella carta, la denuncia che possa urlare, strillare, pur facendo silenzio. Perché di ingiustizie ne sentiamo tante. Nel piccolo, nel grande. Nel quotidiano, nella storia impietosa.

Perché la più atroce delle ingiustizie può essere riassunta in una parola, in un’immagine, perché, neppure privare della vita è orribile come togliere la libertà. Rinchiudere in prigioni, in tunnel, in stanze segrete, in luoghi lontani, non raggiunti dalle Organizzazioni internazionali, dove non possono arrivare le penne. Dietro i fili spinati o sotto terra, i prigionieri muoiono, deperiscono, soffrono. Supplicano, gridano. E, a volte, sì, a volte, sopravvivono. Tornano a casa, tornano alla vita, riprendono la strada, per quanto sono stati gettati nel campo, rovesciati nel fango, esclusi dal mondo dei vivi. A volte, tornano smunti, pallidi, pelle e ossa, ma ancora con la mente lucida. E, nonostante sembrino derelitti umani, parlano, tacciono, vivono. E noi, donne e uomini abituati agli spazi aperti, a muoverci quando vogliamo, a mangiare quando vogliamo, con il nostro corpo che sta bene almeno quanto la nostra anima, non possiamo capire. Non ci capacitiamo di come sia possibile vivere in certi luoghi e in certe situazioni. Eppure, l’uomo non è solo l’unico animale capace di uccidere, ferire, incatenare senza alcun motivo, ma anche l’unico animale che trova sempre una via d’uscita, che, anche se perdesse tutto, finché ha la vita, ha una cosa. La vera unica cosa che ci distingue ancora dalle bestie: il pensiero. Il pensiero che non solo si fissa nel presente, ma viaggia in ogni luogo e in ogni epoca: che bisogno c’è di immaginare una macchina del tempo, se noi già la possediamo? Naturale, imperitura. Capace di ricostruire il passato, di sognare il futuro, di fermarsi nel presente. E, addirittura, di creare mondi che non esistono, di sgorgare storie, di scrivere poesie. Capace di immaginare possibile l’impossibile, capace di sostare nella fantasia, inseguire i fotogrammi di un film, di un libro, per ricomporli in modo inedito. Possiamo parlare di cose assenti, di cose inesistenti e di farle divenire reali. Di cose che non ci appartengono, di cose che diventano nostre. Dell’idea, del pensiero, della fantasia, della creatività, che attinge dalla mente sempre una nuova foto. E quella foto può essere quella della vita. Quella che ci salva e fa sopravvivere il nostro spirito, anche se il nostro corpo tende al suo abbandono, tende a richiamarci con i suoi bisogni e ci distoglie dalla vera strada, perché, anche imprigionati in un nido di talpe, possiamo volare incontro al Sole. Basta solo immaginarlo! E, oggi, voglio dare un nuovo volto all’ingiustizia, a quella che denunciamo, che non dimentichiamo, intorno a cui ci costruiamo tante parole, senza chiederci mai come fanno i sopravvissuti, proprio, sì, a sopravvivere. Come fanno i sopravvissuti ad essere tali, cosa li salva? Cosa permette loro di tornare alla vita? La risposta è stata abilmente data da varie forme artistiche, pregevoli e precise, da quelli che, proprio perché costruiscono mondi, sono capaci di vedere meglio l’unico mondo che esiste. E il romanzo di cui oggi vi voglio parlare ha un titolo emblematico, come le pagine della vita:“Il libro del buio” dello scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun. Uno sconvolgente ed eloquente capolavoro. Un libro capace di farci scendere nei cunicoli labirintici della disperazione, capace di cacciarci nel tunnel più buio, senza vie d’uscita, e, mentre scendiamo all’Inferno, ci fa risalire il Paradiso, per altra via, ma sempre risalire, anzi, mai così in alto. Un libro che ha la potenza denunciatrice che solo una cosa veramente accaduta gli può attribuire e che ha la forza, violenta e salvifica, di una mente straordinaria, di una penna straordinaria, di uno scrittore sublime, che, prima di essere giornalista e saggista, è essenzialmente (e anche nei suoi lavori politici) un romanziere, capace di penetrare a fondo la psicologia umana, fino agli abissi, fino agli eccelsi. Denuncia e speranza, oscurità e luce. Che, già nel titolo, ci indica la strada che seguirà in tutta la storia: perché là dove c’è il buio, ci deve essere sempre la luce. Perché là dove domina l’oscurità, c’è il libro, la penna, unici strumenti capaci di garantire l’immortalità. Morte e vita si intrecciano nel titolo, si legano nel racconto, si saldano nel mondo. Le due facce della stessa medaglia, i due poli della stessa sfera, complementari, come il Nord e il Sud, come l’Est e l’Ovest, che, soltanto perché esiste il polo negativo, possiamo far esaltare davvero il polo positivo. Che, se si prolungasse all’infinito, potremmo rimandare all’infinito la sua applicazione, senza conoscerlo mai nel profondo, permettendogli di rimanere di bronzo, mentre possiamo colorarlo d’oro. E d’oro Tahar Ben Jelloun ha riempito queste pagine, con una maestria unica, con la penna che cerca e trova, con la penna che, a volte, inciampa e si riprende. “Il libro del buio” non è solo un libro di denuncia, ma si viene a costituire come un vero e proprio percorso d’ascesi, dalla morte alla vita, dall’oppressione alla libertà, dalla regressione animale, che solo noi umani possiamo applicare, per raggiungere l’elevazione dello spirito che, di nuovo, solo noi umani possiamo realizzare. Così, da una delle pagine più drammatiche della storia del suo Paese, nasce un libro di speranza, di luce, di vita. Che, finché non smetti di respirare, passassero anche cento anni, se sei lucido, puoi tornare a vivere. E a vivere per davvero, non come un automa, non come l’ombra di quello che eri. Il punto di partenza è un infuocato giorno d’estate, il 10 luglio 1971, quando un commando di soldati irrompe, senza sapere neppure perché, nella residenza estiva del re, a Skirate. L’inizio di tutto, in cui il calore del Sole e il sangue versato sembrano mescolarsi ed esaltarsi. È caldo, è molto caldo. Una fornace di caldo, un tentativo di colpo di stato, ma i soldati non ne sanno niente. Sono guidati, come formiche, dai loro capi, e, dai loro stessi capi, sono portati non alla gloria, al degrado. Perché il golpe fallisce e la monarchia non perdona. Arresta i responsabili, per la maggior parte inconsapevoli, li porta via, li incarcera, li condanna a una pena terribile: essere dimenticati nel peggiore nido di talpe che hanno a disposizione, in una prigione sotterranea, da qualche parte nel Paese. Non si sa neppure dove, molto lontano dalle telecamere, molto lontano dalle loro famiglie, dalle loro mogli e dai loro bambini, uomini con una vita, con un futuro davanti, condannati a morire, lentamente, senza sapere se di giorno o di notte. E senza sperare di essere seppelliti. Mentre viene negata la vita, si nega anche la dignità della morte. Arrivano in ventitré, usciranno solo in quattro. Per i loro carcerieri, sono solo numeri. Per loro, invece, sono ostinatamente nomi. Voci, vite. E ognuno resiste, individualmente, come può, in un resistere implacabile collettivo. C’è chi riesce, chi fallisce. E, nel punto più basso, si scopre l’essenza della vita. Qual è la cosa che ci distingue davvero dalle bestie? In questo libro, fatto di corpo e di anima, di materialità e spiritualità, c’è la risposta. Una significativa e insistente risposta, data in prima persona, dal di dentro di quel mondo buio, che rivela tutta la forza dell’uomo incatenato. Salim, il narratore, è la voce che ci guida in un tunnel in cui non sarebbe difficile perdersi, nel labirinto delle fisicità minate, dei corpi torturati e delle anime capaci di elevarsi al di sopra di ogni sofferenza. Salim ha smesso di ricordare, di attaccarsi a una vita che non gli appartiene più e, lentamente, anche da un corpo, da un corpo che gli fa male in tutte le sue parti, lo ha dimenticato, se ne è estraniato, ha respirato, ha vissuto lucido, fermo, mentre sgorgano racconti. Fantasie, solo fantasie, non ricordi. Mai ricordi, il ricordo annienta, la nostalgia uccide. I sogni, invece, i sogni salvano. È un libro esteriore, ma di più una confessione interiore. Una profondissima discesa in se stessi, mentre Jelloun, straordinario, al solito, ci ritrae un’umanità che cerca di sopravvivere, che si aggrappa ai piccoli eventi di un’eternità dimenticata dal mondo e dall’ONU, che impazzisce, che muore, che resiste. Denutriti, sporchi, magri, poco più che morti in vita. Ma ancora ostinatamente umani, con un nome, un’identità, una funzione e il proprio modo di resistere alla degradazione. E così anche se i personaggi non si vedono mai, perché tutto il racconto è immerso nel buio, si sentono. E animano quel mondo dimenticato, se mondo può essere chiamato. C’è Salim, il narratore, non solo per noi lettori, ma per i suoi amici, che racconta storie, che riporta film. Che inventa un racconto, che intreccia quelli che conosce. Che si aggrappa alla fantasia, che lascia andare la mente alla deriva e quella, svincolata, crea mondi, si libera, si estrania e, nel contempo, vive. Perché, come aveva detto abilmente Mohamed Salmawy, “l’ispirazione oltrepassa lo spazio e il tempo e ci raggiunge in ogni luogo e in ogni epoca, persino in prigione o nella tomba”. E questa è insieme prigione e tomba. E Salim racconta, mentre allontana i ricordi, la vita che non avrà, la fidanzata che sposerà un altro, il padre che, forse, lo dimenticherà, la famiglia che non saprà cosa gli è successo e una sola persona al mondo che sa con assoluta certezza che, ovunque sia, è ancora vivo, sua madre. Perché una madre, certe cose, le sente. E, mentre la vita si degrada, la creatività innalza e nascono, anche nel posto più dimenticato del mondo, amicizia, solidarietà, voglia di resistere. C’è Wakrine, il berbero esperto degli scorpioni, che salva tutti i suoi compagni di sventura dall’attacco delle bestie feroci del deserto, che invadono le celle. C’è chi, come Hamid, impazzisce, perché non trova pace e si attacca alla vita che non gli appartiene più. C’è Abdelslam, che vuole un racconto, perché sente che solo un racconto può farlo sopravvivere. C’è Achar che, anche nell’ultimo posto al mondo, riesce a inserire invidia, malvagità e gelosia. E poi, c’è Karim. L’uomo che sa contare il tempo. L’orologio, il calendario. Che sa, in qualsiasi momento di un luogo maledetto e senza tempo, che ore sono, che giorno è, con una capacità disorientante. Testimonianza più alta di come l’uomo, messo alle strette, trova le soluzioni più fantasiose, che non lo fanno perdere, mentre sfugge a quella vita ingrata, gli rimane almeno un barlume di quella vita. Un misero orario, per non perdersi, per non smettere d’esistere del tutto. E la prigionia dura diciotto anni. E i prigionieri, grazie a Karim, sanno che sono ancora vivi, che intanto il mondo scorre e lo fa senza di loro. Ma, mentre Salim si estrania da quel corpo e da quella vita, dai quali non ha che brutte sorprese, a quella vita, anela, un giorno. E sopravvive chi si concentra sul presente e sulla propria testa, capace di dominare il tempo, di contare le ore. Ostinata, ferma, che deve andare oltre. Che non può scoraggiarsi, perdersi nei ricordi, come nella paura. Perché il terrore ammazza, perché la speranza immediata uccide, ma la speranza a lungo termine salva. Impazziscono compagni di sventura, muoiono amici. Senza un vero rito, ma non senza le preghiere. I versetti del Corano, mezzo di vita e di speranza, risuonano in quella terra dimenticata da tutti. Ma non dalla fantasia, non dal sogno. Quelli non disertano mai, anzi, corrono alle menti afflitte e sperdute. “Il libro del buio” diventa un viaggio, un viaggio silenzioso, fatto giorno dopo giorno, pensiero dopo pensiero, tutto interiore, verso una futura liberazione, ma prima verso la pace interiore. Verso l’isola della tranquillità, verso il “padiglione della solitudine limpida”, dove non c’è spazio per la nostalgia, né per l’odio. È un’altra cosa da evitare, un altro veleno dal quale fuggire. L’odio, anche se comprensibile, anche se umano, nei confronti di chi è stato capace di fare loro tutto questo. Di sottoporli a una tale tortura, fisica e mentale. Ma bisogna sconfiggere l’odio, perché l’odio può spingere all’azione e alla vendetta, quando è possibile, ma quando nessuna giustizia pare possibile, allora, è meglio dimenticarlo. E sostituirlo con l’indifferenza. Con una totale e salvifica indifferenza, perché l’odio, se a breve termine spinge all’azione, a lungo andare, consuma. Erode da dentro. E bisogna sconfiggerlo. Prima di essere una lotta contro i propri carcerieri, è una lotta contro il proprio corpo che si degrada, contro la propria nostalgia, contro le proprie paure, contro i propri timori. E, nell’eterno presente, non ci sono eventi troppo rilevanti, gli unici eventi che contano sono quelli dentro. Fatti nell’interiorità, contro la voglia di lasciarsi prendere dai dolori, lasciarsi andare, arrendersi, morire. È un libro di ascesi, è un libro di cammino, è un libro di silenzio, di buio e di sporadiche luci esterne. Che non si vedono, come i personaggi, ma ci sono, hanno un nome. E il presente si spezza con le morti dei compagni di plutone, anche se non sono neppure più soldati, neanche uomini. Sono tutti quanti fratelli e, quando uno muore, tutti escono dalle loro celle a onorarlo, fosse per mezzo secondo, possono vedere il Sole, come il poveretto, trovano un attimo di pace. Ma quei momenti di pace sono presto negati, presto i suoi fratelli non possono neppure pregarlo o vedere la luce. La luce negata e ridata, che fa male agli occhi, che non arriva, se non nei sogni. Che, un giorno, accarezzerà le guance dei fortunati. Come quel giorno d’estate, caldo, troppo caldo. A segnare il fluire del tempo, a scandire il tempo, oltre alle morti, alle sporadiche uscite, i racconti di Salim, la precisione temporale di Karim. E lì ogni scorpione diventa un nemico da combattere con le armi di Wakrine. E ogni piccolo animale che capita lì per caso diventa segno dell’esistenza di Dio, se il mondo non dovesse più esistere. Come una colomba che capita per caso, come estremo segno della libertà. E Hourria viene chiamata dai prigionieri. Hourria, “libertà”, come quella cosa che non si vede, ma se ne sente la mancanza. E atroce mancanza. La libertà da tempo negata, concessa a quella colomba, che, almeno, può volare. “Il libro del buio”, mentre denuncia, ci insegna a volare, a sopravvivere, a credere in noi stessi. Ad aggrapparci all’animo, quando il corpo non può più esserci utile, mentre gli anni passano e diventiamo irriconoscibili, resta una sola certezza: il pensiero. E un giorno, un giorno lontano del 1991, una lettera esce fuori dal carcere. Persone che si danno da fare, lievi miglioramenti e, poi, la liberazione. Salim è incredulo, si lascia prendere dai dubbi, non permette alle illusioni di emergere, poi, una notte, lotta. È l’ultima lotta, contro la morte, che vuole ucciderlo dopo diciotto anni. E, mentre vince la sua personale battaglia, tutti vincono. E contro l’oppressione, contro la prigionia, contro l’Inferno, contro il calvario. E contro la peggiore nemica, contro la cosa che rende davvero atroce l’atrocità, che rende il calvario ancora più insopportabile. Ed è la sua negazione. È come se il buco di talpe di Tazmamart non fosse stato un calvario per decine di uomini, come non fosse mai esistito, un pezzo di terra, dove neppure le palme vogliono crescere, nonostante gli sforzi. La vita è cambiata, il mondo è cambiato, ma c’è una cosa che non è cambiata: sua madre. Lo ha aspettato, ha sentito che era vivo, che suo figlio era vivo, al di sopra di tutte le prove. E coloro che hanno creduto alla vita sono riusciti a tirare fuori i loro cari. A testimonianza, ancora una volta, di come l’uomo può salvarsi. Di come la necessità aguzza l’ingegno e di come questa denuncia su carta, questo percorso interiore, questo ritorno alla vita, prima un po’ instabile, poi davvero reale, oltre i sogni, serva a capire due cose fondamentali: la prima, a non negare l’ingiustizia, ma a scriverla. La seconda, a combatterla, per vincere, per vivere, con l’unico mezzo che abbiamo a disposizione. Lo stesso che ci sopravvivrà.

© Arianna Frappini

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