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Viaggio nei Libri: Altri Modi di Misurare il Tempo

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31/12/2017 di Arianna Frappini

 

I libri fanno scoprire nuovi mondi, mondi che non diresti mai. Realtà di cui ignoravi l’esistenza, scrittori pregevoli e  poesie meravigliose, così tanto, che non puoi neppure immaginare. E che non potranno mai essere tuoi, i mondi dei libri, se continui a porti nello stesso modo, se  ti metti davanti a loro, con i tuoi pregiudizi  di occidentale, con i presupposti di etnocentrismo e di superiorità culturale, pressoché, inesistenti e infondati. Mondi egualmente belli, mondi meravigliosamente incantati, mondi che spaziano nella geografia e volano nel tempo, mondi che scrivono romanzi, mondi che cantano poesie. Mondi letterari, mondi culturali, mondi umani, mondi storici. Mondi che, a dirli,  si toglie molto, non si capisce quanto sono meravigliosi e ricchi. A volte, neppure a scriverli, perché il loro incanto arriva quasi all’indicibile, perché, a volte, parla più la bocca aperta dallo stupore e il silenzio di mille altre parole. E, col  silenzio, loro, sempre loro, i libri, i libri senza pregiudizi, i libri che scoprono i mondi, i libri che rivelano realtà, i libri che mettono a nudo la nostra ignoranza e la nostra, davvero poca, apertura di orizzonti. Perché il nostro mondo occidentale, a dirla tutta, a paragone di tutti gli altri mondi di cui il pianeta è pieno, è soltanto una millesima parte.  E neppure la più bella! Quanto meno, non la sola, non l’unica. E solo i libri possono rischiarare la luce, possono immergerci nelle viscere vere dell’Africa, come nell’essenza eterna della poesia persiana o dei racconti arabi. Insomma, i libri ci danno ancora una mano, ci prendono per mano e ci spalancano gli occhi, tra il Sole e la Luna, alla fine di questo 2017, in attesa del nuovo anno, un 2018, che possa portare  gioia ai vostri cuori e  aprire i vostri occhi, con la lampada, esotica e reale, della conoscenza. E che lo possa fare con la penna più saggia, con i libri più belli! Tutto, si è parlato di tutto in “Libri senza pregiudizi”: dei personaggi, delle storie, sempre basi per nuove recensioni, dello spazio, che può variare anche molto, delle diverse focalizzazioni, delle tecniche narrative (racconto, romanzo), ma, poco e nulla, si è detto su un altro elemento importante, che, nella vita, come nella lettura di un libro, ci ossessiona e ci perseguita, il tempo. Sapere che giorno è, in che tempo è ambientato il romanzo, specialmente se è a sfondo storico-politico, il continuo bisogno di dire, se scorriamo la storia del Novecento, del Duemila o dei secoli precedenti, in che anno è avvenuto quell’evento, in che giorno è successa quella Rivoluzione, che ha cambiato un Destino. Abbiamo bisogno di sapere, di collocare non solo nello spazio, ma anche nel tempo. E la dimensione temporale, precisa, con le date, contribuisce ad accrescere la credibilità, la verisimiglianza del romanzo e ci fa orientare, come la stella polare, per i marinai, nel mezzo del mare. E l’ago della bussola   non segna sempre il Nord nello stesso modo, così come l’orologio  di un libro, sempre il tempo storico nello stesso modo. A volte, è esplicitato, giorno, mese, anno, altre volte, solo l’anno, altre volte è implicito, nascosto dietro  l’età del personaggio o gli eventi storici, che tutti, si spera, dovrebbero sapere quando sono avvenuti, o, altrettanto spesso, resta nell’indeterminatezza, viene lasciato a nostra discrezione e fantasia. Oggi, mi voglio inoltrare, con la torcia della conoscenza, e senza ombra di pregiudizio, nel tempo esplicitamente assegnato ai libri, quando l’autore nomina il giorno, il mese, o l’anno. Seguitemi!

Immaginate  che, adesso, ci troviamo in un’enorme corridoio buio, silenzioso e raccolto, di un silenzio ovattato, delicato, non tenebroso. Il silenzio della riflessione, il silenzio della poesia. Il silenzio in cui rimbombano soltanto i nostri passi,  ma non fanno un rumore fastidioso, è un rumore soave, è una melodia delicata. E immaginate che io, come voi, ho una sola torcia nella mano destra. Che non si alimenta con il petrolio e non viene accesa dall’accendino. È  nutrita dalla curiosità, è accesa dalla scintilla  della conoscenza e della fame, insaziabile, di sapere. Nessun vento può spegnerla, se non quello dell’ignoranza e dell’egoismo. E non credo che sia il nostro caso. Ci siamo lasciati, dietro  le spalle, un grandissimo portone, con su scritto “T” di tempo. Ma né io, né voi sappiamo bene come ci siamo finiti, quando è stato l’attimo preciso in cui ci siamo trovati qui. Probabilmente, l’attimo in cui, abbiamo cominciato a leggere, non abbiamo una bussola per orientarci e  abbiamo dimenticato l’orologio a casa, quindi, ci muoverà solo l’intuito.  Oh,il nostro corridoio buio e silenzioso ha  una serie infinita di porte, che, da qui, si possono solo intravedere. Procediamo e, in mente, abbiamo le nostre poesie preferite, tutte le recensioni di “Libri senza pregiudizi”, le dieci recensioni dell’anno corrente. I muri sono lisci e  qui, alla mia destra, guardate anche voi, c’è una veduta  di Istanbul, col famoso ponte del Bosforo. Sarà forse annuncio di qualcosa? Proseguiamo. Sorpassiamo un piccolo gradino e troviamo una porta, con scritto “Kismet”, Destino in turco. Appoggiamo la torcia per terra e proviamo la maniglia: è aperta! La spingiamo lentamente e ci ritroviamo in una serra, fatta di fiori, come di storie e racconti, ben ordinati, nei vasi, numerati, con la data, persino , di quando sono stati piantati! Prendiamo una sedia e sediamoci: questo è il mondo di Elif Shafak, che, come una giardiniera scrupolosa, adora la precisione temporale, come quella spaziale. Nomina il giorno, il mese, l’anno e spesso li pone all’inizio dei capitoli, come titolo, come coronamento, immediatamente dopo l’indicazione del luogo della scena. Questo meccanismo è evidente ne “Le quaranta porte”, in cui la sua precisione temporale  (come manifestazione di quella Signorina Efficienza, ricordate, che è una delle sue pollicine) si fa motivo strutturale. Ogni capitolo di questo libro è preceduto da uno strano titolo: il nome del personaggio che racconta (o  di cui Elif ci parla), la città (Konia, perdipiù) e il tempo, sempre mese e anno (in date particolarmente importanti, anche il giorno, come il 31 ottobre 1244, l’incontro tra il predicatore Rumi e il derviscio Shams-i Tabriz). Così come lo spazio, c’è anche una grandissima variazione nel tempo: la storia raccontata dalla “Dolce eresia” di Aziz Z. Zahara si svolge tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta del XIII secolo (e quindi troveremo date come il 1244, il 1247, il 1260), ma il libro dello scrittore sufi è letto da Ella nel 2008, tra il maggio e l’agosto del 2008, fino alla conclusione, nel settembre 2009. E questi due momenti storici, tanto diversi e tanto lontani, sembrano non avere nulla in comune, invece, trovano un connubio riuscitissimo proprio nella base e nel tema del libro: l’amore. Universale, immortale, trascendente ogni epoca, ogni Impero, ogni regione. Meno diffuso, ma comunque presente, è il tempo di un altro romanzo della Shafak, “La città ai confini del cielo”, in cui due sole date dovrebbero guidarci lungo tutto il racconto: il 1632, l’anno in cui Jahan è approdato in Hindustan; e il 22 dicembre 1574, quando Jahan, per la solita curiosità, si mette nei guai e scopre la stanza in cui giacciono i corpi dei principi uccisi dal fratello e sultano Murad, per garantirsi il potere. Il resto del tempo è lasciato soltanto alla nostra discrezione e cerchiamo dettagli sull’età di Jahan o dei suoi amici, o del suo maestro, per orientarci. E, per quelli particolarmente preparati in storia moderna, c’è il riferimento alla battaglia di Lepanto (1571, senza che quest’anno sia effettivamente nominato). Insieme a questi due capolavori di Elif, anche ne “La casa dei quattro venti” (un libro di cui non abbiamo ancora parlato, ma non vi preoccupate, rimedieremo presto), che fa quasi come  “Le quaranta porte”: indica il nome del personaggio (o il titolo del capitolo) e quasi sempre il mese e l’anno, soltanto in alcuni casi, il giorno. Rispetto alla storia di Ella e Aziz, il tempo è meno lineare, non segue un ordine cronologico, ma quello della storia, accostando gli eventi non per vicinanza temporale, ma per  vicinanza di personaggi.  Dilungandosi molto su certi giorni, trascurandone completamente molti altri (parla del 1978, con un capitolo nel 1982, torna a parlare del 1978 e, senza passare per gli anni centrali, salta al 1992, l’anno in cui Esma racconta e il fratello esce dal carcere). Dobbiamo alzarci. Riponiamo accuratamente le sedie e, in punta di piedi, usciamo da questo meraviglioso mondo, anche se potremmo perderci tra i viali, come incantarci nei racconti della Shafak. Però, un lungo cammino ci aspetta  e dobbiamo ancora vedere molte altre porte. Non fate rumore, fate piano. Spingiamo delicatamente la porta e la socchiudiamo, perché quelli che verranno dopo la possano scoprire, come noi, raccogliamo la torcia e proseguiamo. Sembra un labirinto, a questo punto, però, la strada è obbligata e dobbiamo andare a sinistra. Non preoccupatevi e non rimproveratemi, lo so anche io che, per uscire bisogna seguire la destra, ma, come vi ho detto, ci attende un lungo viaggio, e al momento dobbiamo inoltrarci in un mondo incantato. Nell’unico labirinto in cui, non solo non è pericoloso perdersi, ma addirittura auspicabile. Ah, mi chiedete come viene trattato il tempo negli altri due romanzi di Elif di cui abbiamo parlato. Bene! L’unica data presente ne “La bastarda di Istanbul “ è quella del genocidio armeno, 1915, mentre l’altra è solo intuibile, potrebbe essere il 2008, come il 2009, come il 2007, precisamente non lo sappiamo. Mentre l’unica indicazione nel “Latte nero” è quella dell’età di Elif, in cui scopre Mamma Budino di Riso, trentacinque, quindi, considerando che la Shafak è  nata nel 1971, la maggior parte della storia si svolge nel 2006. Per il resto, ci sono tantissime date, riguardanti le scrittrici di cui si parla. Ora, zitti, ho sentito un rumore. Non l’avete sentito anche voi? Sì, qualcuno mi dice, è il frullare d’ali, di un uccello, forse. No, precisa qualcun altro, di un aquilone. Viene dal dentro di  una stanza, non molto lontana da qui, svoltiamo e sulla porta che ci si apre davanti c’è  una corona di Soli. Io capisco, voi capite, siamo finiti nel mondo dei due capolavori di Khaled Hosseini. Appoggiamo di nuovo la torcia a lato della porta e apriamola. Siamo in una cucina, forse quella di Mariam  o di Laila, o forse siamo finiti in casa di Amir e Soraya, non saprei, ma sediamoci, sembra che siamo graditi.”Il cacciatore di aquiloni “ inizia proprio con un riferimento temporale: “Dicembre 2001”. E, poco dopo, nell’incipit, quando comincia il racconto, “il giorno di una  gelida giornata  invernale del 1975” e ancora, poco dopo, “nell’estate 2001”. E l’importanza delle date tornerà incalzante, sempre presente, per districarsi sia nella storia personale di Amir, sia nella storia, tanto tormentata, del suo Paese, l’Afghanistan, connotando l’estate del 1976, come “la penultima estate di pace”, prima delle guerre che avrebbero dilaniato e straziato la patria, che tanto Amir, quanto Khaled avrebbero, di conseguenza, lasciato. E  così anche nell’altro capolavoro di Khaled Hosseini, “Mille splendidi soli”, i dettagli temporali non sono affatto secondari, anzi, la notte della Rivoluzione del 1978 è la notte in cui la seconda protagonista, Laila, viene al mondo. E il 1987 è una data importante, sia perché da questa prende il via la seconda parte, quella interamente dedicata a Laila, sia perché il padre  di Mariam, l’altra protagonista, fa visita alla figlia, per rimediare ai suoi errori del passato, senza essere ricevuto e morendo poco dopo. Lo scopo è più o meno lo stesso del primo capolavoro, quello di orientarci nella vita dei personaggi, come in quella del mondo, dell’Afghanistan, fino al ritorno di Laila e della sua famiglia a Kabul e di una nuova speranza di pace, se è possibile, dopo vent’anni di guerra.  E così pure nel terzo, intricatissimo e labirintico,  romanzo, “E l’eco rispose”: che, se non fosse per qualche indicazione temporale, rischieremmo davvero di perderci nei nove capitoli, dei quali nessuno (e dico nessuno) parla della stessa persona. E le fila si raccolgono, soltanto, alla fine. Dobbiamo già andare? Purtroppo sì. Il tempo davanti a un capolavoro non è mai abbastanza, ma non preoccupatevi, lasceremo aperta la porta, in modo che non solo gli altri, ma noi stessi, quando avremo voglia, potremo tornare a leggere. Socchiudiamola e raccogliamo la nostra torcia. Si parte, accidenti, com’è lungo questo corridoio! La strada non è molta, sento il profumino  degli halva  (un dolce tipico arabo). Giriamo a sinistra e ci troviamo davanti una porta, grande, una porta, credo, che ci suggerisca l’entrata in un nuovo mondo, non solo di un libro o di uno scrittore, ma  proprio di un altro tempo, vedete anche voi, c’è un calendario appeso, e  illuminiamo il legno per leggere meglio la scritta:  “Day  (dicembre 22-gennaio 20)”. Non vi preoccupate, ora, capirete tutto anche voi. Pensiamo ad entrare, piuttosto, e sediamoci  per terra, fa un certo freddo, mettiamo i piedi sotto il korsi (specie di stufa usata in Iran per riscaldarsi), così è decisamente un’altra cosa. Avete capito dove siamo? Siamo in Iran, nel mondo  di Parinoush Saniee, nel mondo del meraviglioso “Quello che mi spetta”. Siamo già stati qui a luglio, con la lotta della penna. No, mi correggo,  non a luglio, a “mordad”. Nel capolavoro, Saniee non dà molte indicazioni   per quanto riguarda l’anno, si può desumere dalla storia, dall’età dei personaggi, dagli eventi che hanno sconvolto l’Iran, negli ultimi  quarant’anni, su tutti il 1979, l’anno della rivoluzione di Khomeini. È chiaro che si parla degli anni Cinquanta  e, insieme a Masum, si attraversano tutti quelli intermedi, fino all’inizio del nuovo millennio (nell’autunno 2000,ed è l’unico dato temporal certo,  si conclude  la storia). Tuttavia, non sappiamo con certezza niente, non sappiamo esattamente neppure quanti anni ha Masum, nella conclusione, quanti anni i suoi figli maggiori  o in che anno precisamente è morto Hamid. Ma, se degli anni non sappiamo niente (e li possiamo solo ricavare), sappiamo molto dei giorni e dei mesi. Ma non sono i mesi che conosciamo noi. Non troveremo mai, in Saniee, “luglio”, “marzo”, ma troveremo “mordad”,  “esfand”. Non la parola “capodanno”, ma “novruz”. È chiaro che ci troviamo  di fronte a un altro modo di misurare il tempo, un calendario, molto diverso (e, per certi aspetti, simili) al nostro. Il calendario attualmente corrente in Iran e anche in Afghanistan. Mentre Shafak e Hosseini si servono, per i loro libri, del sistema di datazione occidentale, Saniee, in rispondenza dei suoi intenti e della sua identità persiana, si serve del calendario che ella usa e conosce meglio, il calendario persiano, detto anche iraniano, o  anche di Jalal.  Ora, vi spiego subito di cosa si tratta, così potrete orientarvi meglio, leggendo “Quello che mi spetta”. È un calendario  solare, cioè come il nostro, di 365 giorni, che si basa, per il conto degli anni bisestili (quelli di 366  giorni) e del capodanno,  non  su un calcolo numerico, ma sull’osservazione astronomica dell’equinozio di primavera. Il “novruz”, l’inizio dell’anno, coincide, dunque, con l’inizio della stagione più bella, quella della rinascita, quella dei fiori, quella delle farfalle, quella, sempre, associata a  giovinezza e cambiamento. E, per la festa di novruz, le donne iraniane, come le donne afghane, si preparano  accuratamente e i festeggiamenti non durano un giorno (o una notte, come  in Occidente), ma un’intera settimana, in cui si vanno a trovare tutti i parenti, per augurare loro un felice inizio del nuovo anno. È una festa molto sentita, come apprendiamo sia dal romanzo di Saniee, sia dagli scritti di Shirin  Ebadi, sia, come si è accennato, dalle “Mille e una notte”, nella Storia del cavallo incantato, in cui si parlava della fastosità del giorno di novruz a Shiraz. E, anche se non se ne è mai parlato, ricordate la conclusione di “Il cacciatore di aquiloni”,?  Bene, quando Amir va a caccia dell’aquilone per Sohrab, perché, a San Francisco, in onore del capodanno afghano (lo stesso “novruz”, anche se non viene chiamato così), è stato organizzato un torneo di aquiloni. Molto bene. Come si è detto, il calendario persiano è di corrente uso anche in Afghanistan, anche se qui, per il nome dei mesi, viene usata la lingua araba, non la persiana.  E dovete sapere un’altra cosa, basandosi sul Sole e sul corso delle stagioni, è il calendario più preciso e accurato tra quelli di larga diffusione. Mentre il nostro presenta un errore di un giorno ogni  3226 anni, pensate, che il calendario persiano necessita di una correzione ogni  141.000 anni. Lo credete possibile? Questo è indicativo della grande importanza che il tempo riveste nella cultura persiana. È stato uno dei primi calendari codificati, un sistema molto antico, che è stato risistemato intorno alla fine dell’XI secolo da una commissione di astronomi, che vedeva la partecipazione dell’astronomo, matematico e poeta Omar Khayyam,  sotto il regno di Jalāl ad-Din Malik Shah Seljuqi (un sultano della dinastia  selgiuchide), ed è per questo che si chiama anche “calendario di Jalal”. Cominciate a capirci? Giustamente, qualcuno di voi mi chiede quale sia l’anno “zero” per i persiani. Se il nostro calendario parte dalla nascita di Cristo, il calendario persiano (come quello islamico) parte dal nostro 622, dall’Hegira, cioè dalla fuga di Maometto dalla Mecca, a Medina, dopo  la quale è iniziata la vera diffusione dell’Islam e la lotta agli idoli e alla mentalità retriva dei signori della città natale del profeta. Quindi, il nostro 2018, per i persiani sarà il 1396-1397. Perché due anni? Mi chiede qualcuno alle mie spalle: semplice, perché l’anno persiano inizia il nostro 21 marzo, quindi nell’anno solare 2018, ci sono due anni   solari persiani (cioè la parte conclusiva dell’anno corrente e gran parte dell’anno successivo). Un’altra cosa curiosa da notare è che anche il calendario islamico (il calendario della maggior parte dei paesi arabi) parte dal 622, eppure non c’è una corrispondenza  di anni: se il 2018 del nostro calendario è il 1396-97 persiano, nel calendario islamico, è il 1439-40. Perché, se partono dalla stessa data? Perché il calendario islamico, a differenza del calendario persiano e del gregoriano, è lunare, quindi, si basa sul ciclo della Luna, non su  quello delle stagioni, stabilito  dal Sole. E come mai se le due culture hanno la stessa religione e partono dalla stessa base religioso-storica, hanno scelto due notazioni diverse, l’uno quello lunare, l’altro solare? Siete veramente reattivi: il calendario persiano, ricordate, lo abbiamo appena detto, si basa sul riaggiustamento di un sistema molto antico, pre-islamico, che era già solare,e per di più, si è scelto l’astro e non il satellite, per la grandissima importanza simbolica, attribuita al Sole,da sempre, nella cultura persiana. Avete altre domande? Giustamente, qualcuno mi chiede, prima di passare oltre, la durata  dei mesi nel calendario persiano. Dunque, i primi  sei sono di trentuno giorni, i successivi cinque di trenta giorni e l’ultimo  (“esfand”) di ventinove giorni negli anni normali e di trenta in quelli bisestili. Prendete appunti, prego,  e segnatevi lo specchietto dei mesi, così potrete orientarvi meglio, anche in Iran e in Afghanistan:

  • Farvardin (marzo 21-aprile 20)
  • Ordibehešt (aprile 21-maggio 21)
  • Xordād (maggio 22-giugno 21)
  • Tir (giugno 22-luglio 22)
  • Mordād-Amordād (luglio 23-agosto 22)
  • Šahrivar (agosto 23-settembre 22)
  • Mehr (settembre 23-ottobre 22)
  • Ābān (ottobre 23-novembre 21)
  • Āzar (novembre 22-dicembre 21)
  • Day (dicembre 22-gennaio 20)
  • Bahman (gennaio 21-febbraio 19)
  • Esfand (febbraio 20-marzo 20).

Alziamoci, è ora di andare, purtroppo. Accostiamo la porta, in modo che tutti la possano vedere, raccogliamo la torcia e proseguiamo, intanto, raccontatemi le vostre impressioni. Qualcuno mi chiede quale notazione temporale usano Shirin Ebadi e Kader Abdolah (gli altri due iraniani di cui abbiamo parlato) nei loro libri. Be’, sono felice della domanda! Perché, tra poco, faremo un’altra breve tappa e lì risponderò alle vostre domande. Eccola! Posiamo la torcia ed entriamo: stavolta, non è un ambiente chiuso, ma aperto, Teheran, non sembra anche a voi? L’adoratissima città di Shirin Ebadi, l’amata terra di Kader Abdolah. Sediamoci su questo muretto e guardiamo il panorama: Shirin Ebadi, ne “La gabbia d’oro”, mentre parla della storia di Pari e dei suoi tre fratelli, parla anche della storia dell’Iran e specialmente la sua carta si fa denuncia per tutte le condanne a morte degli intellettuali da parte del regime degli ayatollah. Una denuncia significativa, incalzante,  una denuncia che, nel suo accumulo infinito di date, di morti, di vite, di intellettuali, di contributi perduti, per  la mentalità retriva del Governo, fa sentire tutta la sua pressante necessità, tutta la forza devastante del liberticidio. E Shirin Ebadi scrive, perché, come dice lei, la denuncia fatta su carta resta imperitura, è inequivocabile, non si può dire di non aver sentito o di non aver capito. Ed è così che vengono usate le date, non solo per orientarci nei romanzi, come nella storia dell’Iran, ma per rendere la denuncia ancora più reale, con  l’indicazione del giorno, del mese e dell’anno della condanna. E, per la grandissima parte,  l’avvocato iraniana usa la notazione  occidentale, per denunciare meglio  all’ONU e al mondo che, spesso, davanti alle condanne, si volta dall’altra parte. E preferisce non sapere. Le date si susseguono nel 1991, nel 1992 e soprattutto nel 1998, in cui, un mese dopo l’altro, muoiono molti intellettuali. E se non fosse stato per il Ramadan e per il successivo intervento del Presidente Khatami, oggi, Shirin Ebadi non potrebbe più scrivere, lottare, denunciare… Soltanto in un caso isolato, per sottolineare non solo l’importanza della denuncia fuori, ma prima della denuncia dentro, Shirin Ebadi affianca la data persiana alla data occidentale, ma soltanto nel giorno e nel mese. E questa scelta  mi pare davvero significativa, per la sua natura politica, come sono di natura politica tutti gli scritti di Shirin Ebadi  e di Kader Abdolah.  Vedete anche voi le  montagne zafferano sullo sfondo? Quelle montagne dove continuano ad andare i pensieri di Abdolah, mentre i suoi piedi sono piantati nel suolo argilloso d’Olanda. Kader Abdolah ha sempre detto che scrive “per dare voce a chi è stato ridotto al silenzio”. Ed è sempre così, nei suoi romanzi. C’è sempre la voglia di parlare, la forza di denunciare, la brama di raccontare. Ma  senza riferimenti temporali. Gli anni si possono soltanto ricavare dagli eventi narrati, il Regno dell’ultimo scià, la Rivoluzione islamica,  ecc.. Abdolah lascia che siano gli eventi, i fatti a parlare, che a  parlare siano l’età dei personaggi o l’inesorabile storia che scorre. Non è il tempo che interessa allo scrittore esule, ma il fatto in sé. Kader Abdolah ha deciso che non ci dovessimo  concentrare sul tempo, sulla ricerca ossessiva di “che ore sono” o “di che giorno è”, ma sul fatto, sulla denuncia in sé, sull’ingiustizia, che, davvero nei suoi scritti, sembra senza tempo. Collocata nello spazio e in un tempo che si può solo intuire. Shirin Ebadi e Kader Abdolah sono certamente due intellettuali molto diversi, che hanno scelto due mezzi diversi, che hanno preferito le date, parlare chiaro anche nel tempo, la prima, e lasciar parlare i fatti, lasciando che i lettori si informassero sulle date, se volevano collocare le sue storie in un anno, il secondo, ma perseguono la stessa cosa. Ottengono, alla fine, la stessa cosa: ed è la denuncia, ed è l’urlo all’Occidente e all’indifferenza del mondo sul loro Iran, il loro amato Paese. Sì, Shirin Ebadi e Kader Abdolah non condivideranno mezzi tecnici, ma condividono la forza della penna,  lo stesso intento e lo stesso amore. Perché fa male denunciare, parlare male del proprio Paese, perché nessuno dei due lo fa a cuor leggero, anzi, con l’amore a muoverli, con l’amore che li fa struggere di nostalgia, entrambi in esilio, entrambi troppo lontani, con il “sogno di ogni esule” custodito nel segreto dell’anima. E della penna. Senza tempo, per eccellenza, è anche il “Calila e Dimna”, un libro che, addirittura, va oltre il tempo, e riporta un gioiellino dall’antichità indiana, poi persiana, poi araba, fino all’anno della pubblicazione, della parola capace di sorpassare i limiti temporali, come quelli spaziali. C’è una sola eccezione, una sola data in un romanzo straordinario di Kader Abdolah, di cui non abbiamo ancora parlato, ma parleremo. Venite, ci attende l’ultimo salto nel tempo. Alziamoci, salutiamo le montagne color zafferano, lasciamo aperta la porta, in modo che tutti possano vedere e non voltare le spalle, raccogliamo la torcia e proseguiamo nel nostro cammino. Voltiamo a destra, è un corridoio piuttosto umido e lungo. Avverto che le nostre menti sono aperte, che siamo pronti a saltare giù dagli scalini che ci attendono, come il brusco cambio di tempo, non solo di spazio. Scendiamo un gradino, giriamo a  sinistra, ne scendiamo un altro e finalmente ci appare davanti, l’ultima porta! Neppure voi siete in grado di leggere queste scritte, vero? Sono scritte arabe e qui c’è appeso un nuovo calendario. Vi prego, appoggiamo la torcia ed entriamo, sono veramente curiosa di sapere dove siamo finiti. Spingiamo la porta e, ai nostri occhi, appare un paesaggio nuovo, desertico, un gran fermento di mercanti, di cammelli, neppure la traccia di un’auto o di un aereo. E lassù la mitica montagna del “messaggero” (il monte Hira). Sediamoci qui, per terra, si sta comodi lo stesso, non pensate anche voi? Siamo finiti nel  mondo di un libro assolutamente particolare, “Il messaggero” di Kader Abdolah, un’impresa monumentale e riuscitissima, una straordinaria biografia romanzata di Maometto, il profeta della terza religione rivelata, una biografia originalissima, scritta dal figlio adottivo e cronista Zayd, che racconta, con assoluta imparzialità e con la sola verità come alleata, la vita di Muhammad. Non come grande profeta, non come grande condottiero, non come temuto avversario, semplicemente, come uomo. Da parte dei suoi famigliari, delle mogli,  degli amici, degli alleati, dei nemici, in uno straordinario, completo e totale, ritratto del profeta dell’Islam, dalla sua  vita come mercante, al suo matrimonio con una donna ricca, dagli anni del ritiro religioso, alla ricerca delle risposte agli  interrogativi esistenziali,, dalla prima predicazione, alla conquista della Mecca. La storia, la vita, come accade spesso per i personaggi particolarmente famosi e importanti, è raccontata da tutti i punti di vista possibili, che, insieme, si raccolgono nella testimonianza e nelle pergamene di Zayd, il narratore, il  cronista, colui che, per primo, ha raccolto gli insegnamenti di Muhammad nel Corano. Ed è come  se parlasse  a noi occidentali, in particolare, è come se si rivolgesse semplicemente ai posteri e lo faccia, dandoci un’indicazione temporale, l’unica, alla fine, come si pone, nell’inizio, a una lettera, come una firma per quelli che verranno: il suo nome, il suo ruolo, il tempo e il luogo della stesura: “Zayd ibn Thalith

Il cronista di

Muhammad ibn Abd Allah

7 shawwal 40

La Mecca”. E, così, scopriamo l’esistenza di un altro calendario, questa volta, totalmente diverso dal nostro, il già citato calendario islamico, che, come quello persiano, prende le mosse dal nostro 622, anno dell’Hegira. Non è facile, né immediato,  determinare la corrispondenza  tra le date del calendario islamico e le date del nostro, perché, sostanzialmente, si basano su due sistemi completamente diversi, che non trovano mai un punto di incontro, quello lunare e quello solare, che agiscono indipendenti l’uno dall’altro. Il calendario islamico  è appunto lunare, ossia si basa su dodici mesi, ma molto più corti dei nostri (sono di 29 o di 30 giorni) e si fanno iniziare, osservando la prima falce di Luna nuova nel cielo, secondo regole  leggermente  diverse nei differenti Paesi arabi, e,  per comodità, ci si riferisce al cosiddetto “calendario islamico tabulare“, un sistema in cui i mesi di ventinove e trenta giorni si alternano in maniera assolutamente rigorosa e simmetrica, anche nei nomi.  Prendete appunti, prego: i mesi del calendario islamico sono: Muharram (30 giorni), Safar (29 giorni), Rabi’a I o Rabi I (30 giorni), Rabi’a II o Rabi II (29 giorni), Jumada I (30 giorni), Jumada II (29 giorni), Rajab (30 giorni), Sha’ban (29 giorni), Ramadan (30 giorni), Shawwal Dhu (29 giorni), Dhu al-Q’adah o Dhu’l-Qa’dah (30 giorni), Dhu al-Hijjah o Dhu’l-Hijja (29 o 30 giorni).

Qualcuno di voi deve fare una giustissima osservazione: se sono più corti i mesi, se la Luna impiega meno tempo a girare intorno alla Terra, meno di quanto impieghi la Terra a girare intorno al Sole, l’anno sarà più corto oppure no? Ovviamente sì! L’anno solare, è noto a tutti, dura 365 giorni negli anni normali e 366 negli anni bisestili. L’anno lunare, invece, dura esattamente 354 giorni e 355 negli anni bisestili. Questi vengono determinati  su un ciclo di trent’anni. Isoliamo un trentennio, scrivendo l’anno, uno sotto l’altro, segnando con una X quelli che saranno bisestili, ossia di 355 giorni, che aggiungono un giorno all’ultimo mese dell’anno  (come nel calendario persiano). Alla fine di questo schema, se abbiamo fatto le cose correttamente, dovremmo avere i seguenti anni segnati con una X: il secondo, il quinto, l’ottavo, il decimo, il tredicesimo, il sedicesimo, il diciottesimo, il ventunesimo, il ventiquattresimo, il ventiseiesimo e il ventinovesimo. Ci siamo? Molto bene. L’anno lunare, precisiamo, anticipa di circa dieci giorni ogni anno solare, quindi,  nello stesso anno solare, ci possono essere fino a due capodanni  lunari, quindi, addirittura tre anni in quello che per noi è un anno solo. Il 2018, come annunciato, avrà due anni lunari, il 1439 e il 1440. I due calendari  avranno una sovrapposizione (sembra incredibile, ma è vero) dal 20850 al 20906, , successivamente, il calendario islamico sarà sempre avanti  al nostro calendario, anche se è partito 622 anni dopo. E, con il mistero della Luna e del Sole e con la loro  eterna influenza sulla nostra vita,  solleviamo gli occhi al cielo di questa città, lontana nello spazio e nel tempo. E, a malincuore, ce ne andiamo, sicuri che, da oggi in poi, con questi due nuovi  modi per misurare il tempo, la  nostra torcia brillerà ancora di più. Venite. Lasciamo aperta la porta, in modo che tutti possano sentirsi appagati come  ci sentiamo noi, oggi, come tanti scolari che imparano a leggere e a scrivere. E a parlare una lingua diversa dalla propria. Raccogliamo la torcia e proseguiamo. L’uscita ci si presenta davanti prima che ce ne rendiamo conto. Apriamo il portone e usciamo all’aria aperta del nostro presente, copritevi, voi dietro, che fa un certo freddo.  E ci fermiamo tutti quanti, allineati con le nostre torce in mano,  a illuminare questa notte, la notte del 31 dicembre 2017, un anno se ne va, un altro arriva,  e dovrà sentirsi ben accolto, visto che abbiamo parlato già molto di lui, non ci può proprio rimproverare! Guardate laggiù: ci sono i fuochi d’artificio, accidenti, che meraviglia! Sediamoci, in modo che possiamo contemplare questo spettacolo. Lo spettacolo dei fuochi nel cielo, lo spettacolo della vita che ci arricchisce. Lo spettacolo della conoscenza, che, ancora una volta,  riempiendoci l’anima, ci ha fatto capire che il nostro mondo non è l’unico possibile e che c’è ben altro, oltre i muri e le barriere, che ostinatamente, l’Ovest alza, innaturalmente, verso l’Est.  e che noi occidentali non siamo né i soli, né gli unici. E, per dire la verità, spesso, neppure i migliori.

 

© Arianna Frappini

RIPRODUZIONE  RISERVATA

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Arianna Frappini

Nasce nella cittadina umbra di Gualdo Tadino nel 1997. Da sempre ha manifestato la sua vocazione letteraria e, sotto l’abile osservazione degli straordinari insegnanti di italiano, ha fatto le sue grandi sperimentazioni. Nel 2012 ha conosciuto una persona molto importante nella sua vita, Cristina Benedetti: sua professoressa (in un progetto e di sostegno a causa del piccolo difetto visivo che non l’ha mai ostacolata, anzi), amica e punto di riferimento. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “Di una vita” (2013), “Dignità” in “Mulinelli” (2014), “Casa” in “Marin” (2015) e “Del cuore che crede” in “Vortex” (2015).

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