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“Tanto gentile e tanto onesta pare, la donna mia quand’ella altrui saluta”

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26/09/2017 di Vincenzo Marrazzo

#Commento

 

|   Il poeta #DanteAlighieri in questo #sonetto, tratto dalla raccolta “#VitaNuova” esprime il suo sentimento di ammirazione verso la donna amata “#Beatrice”.
Ella si mostra sia tanto dignitosa che tanto degna di esser onorata.
L’uomo trepidando per la commozione, prova grande #venerazione, da non poter esprimere con le parole la sua stima, quando ella saluta.
Beatrice, vestita di umiltà, cammina tra la gente come una #creatura del cielo ed accetta le lodi che la gente le rivolge senza diventar superba. Sembra essere scesa tra gli uomini, per mostrar un miracolo di Dio.
Si manifesta con una tale #bellezza che attraverso gli occhi, al solo guardarla emana tanta dolcezza, che non può essere descritta a parole, ma sentita col cuor, solo da chi ha la fortuna di provarla personalmente.
Sembra che dal suo volto sprigioni un amoroso fascino… l’uomo sospira, quasi rimpiangendo di non poter raggiungere la perfezione di Beatrice.

 

 

I Sonetto composto da due quartine con rime incrociate ABBA, ABBA
e due terzine con le rime invertite CDE, EDC. Il ritmo è fluido.

Dalla lettura delle strofe emergono dagli enjambement :
pare / la donna (vv. 1-2),
venuta / da cielo (vv. 7-8),
mova / uno spirito (vv. 12-13),
i quali dilatano il ritmo del componimento e porgono in particolare rilievo le parole che vengono separate alla fine del verso.

Il registro linguistico utilizzato da Dante è aulico, ricercato e complesso con la presenza di latinismi come : laudare, vestuta, core, labbia.

Al livello sintattico si rivela coincidenza tra strofe e periodi con lo stilema della subordinata consecutiva, per indicare gli effetti provocati dalla virtù di Beatrice, i cui gesti sono espressi dalle preposizioni principali,
es. “tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia” reggente,
“quand’ella altrui la saluta” dipendente temporale,
“che ogni lingua deven” dipendente consecutiva,
“tremando muta” subordinata implicita,
“e li occhi non l’ardiscon di guardare” paratattica.
Nella seconda quartina come nelle due terzine prevalgono le subordinate.
Il ripetersi della parola chiave “pare” è rafforzata dalla varianti “miracol mostrar”,
“mostrasi” che indicano il manifestarsi delle virtù di gentilezza, onestà ..e umiltà di Beatrice.

Al livello fonico il ritmo musicale è rallentato da frequenti allitterazioni delle
consonanti “n – t” tanto, gentile
“tr” tremando, mostrare, mostrarsi;
” n d” tremando, sentendosi, dicendo.
Mancano i suoni aspri …e le rime sono dolci.

I temi sono messi in forma lineare: gli atteggiamenti ed i gesti di Beatrice sono nelle frasi principali, mentre le reazioni di chi la guarda sono nelle frasi dipendenti.

 

Henry Holiday – l’incontro immaginario fra Dante e Beatrice (con il vestito bianco) accompagnata dall’amica Vanna (con il vestito rosso), sul Ponte Santa Trinità in Firenze (1883)

 

Dante rappresenta Beatrice come l’incarnazione di cose celesti e descrive l’effetto che ne riceve l’uomo.
Questo sonetto è considerato il capolavoro dello stile nuovo che presentava l’amore come un’esperienza sublime.
Per Dante la donna è una figura angelica, la cui perfezione rimanda a Dio; l’amore porta con se un’evoluzione dell’anima verso la verità assoluta e la beatitudine eterna di Dio stesso, che si rivela nella purezza della donna-angelo.
Tutti gli straordinari effetti descritti nel sonetto scaturiscono da un unico gesto di Beatrice : il saluto.
Esso annuncia salvezza, anzi l’anima di colui che lo riceve ne viene purificata e indirizzata verso la salvezza eterna, perché Dio l’ha ritenuto degno di contemplare la miracolosa bellezza della sua creatura.

 

Poesia che inizialmente ha fatto sorrider la gioventù d’oggi, per il fatto che non riusciva ad immaginar come una donna ed il suo saluto potevano, al tempo di Dante, emozionare un uomo così tanto da non farsi esprimere alcuna parola.
Considerar che ella potesse esser oggetto di contemplazione, tanto da definirla una creatura angelica, soave, e splendente, irraggiungibile e vicina, fonte di grazia che allontana l’uomo dal peccato e lo avvicina a Dio, è il massimo che un uomo potesse sperare nella sua vita.
L’amore prima inteso come sofferenza, ma al suo saluto genera un senso estremo di beatitudine, anzi lo appaga.

 

© Vincenzo Marrazzo

RIPRODUZIONE  RISERVATA 

 

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