Moga Lake

 

Mi volto.

Il sole è ormai prossimo al tramonto, una luce potentemente rossa colora la collina e rifulge sulla mia schiena ancora bagnata dalle acque del lago che si staglia alle mie spalle.

I rami e gli arbusti feriscono il mio torso nudo e le mie gambe, mentre fuggo dalla mostruosità che ha lasciato dei miei amici solo un ammasso informe di carne e sangue sulle rive del Moga Lake.

Nessuno di noi voleva credere alle voci che giravano in città di non avventurarsi alla sera presso quelle che gli abitanti del posto chiamano “acque del tramonto”. E ora il bosco sembra non finire mai. Più corro, più gli alberi si fanno fitti e la luce sempre più debole.

Il villaggio non era così lontano.

Dietro di me, la sua corsa si fa più rapida. E’ vicino.

Sento puzza di pesce e alghe permeare l’ aria, come se tutto qui intorno avesse sempre avuto questo odore maledetto. Il terreno si fa improvvisamente viscido.

Cosa cazzo sei, maledizione.

E’ finita.

Non riesco più ad andare avanti, sono esausto. Scivolo a ogni passo.

E’ finita.

Mentre lentamente cala l’ oscurità, mi accorgo che ormai è finita.

Con un ultimo lampo di luce il sole scompare dietro il fitto intrico di alberi, all’orizzonte.

E’ buio.

 

 

© Francesco Epifania Pica

 

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