Kasserville

Una nuova auto in città.

Uno sgargiante SUV, di quelli che le allegre famigliole usano per andare in vacanza, entra in Long Road, la strada principale, l’unica in cui ogni tanto si possa vedere una povera anima in questo posto dimenticato da Dio.

E’ così che è cominciata, stamattina.

Mi affaccio alla mia bellissima finestra con le tende rosa, sono  l’estetista di questa città. Una donna sulla quarantina che, come tutti qui, non riesce a trattenersi dal farsi i fatti altrui. Eccola li, la nuova auto che fa il suo ingresso. Al suo interno, una coppia di sposini e due figli, un maschio e una femmina, entrambi neo-adolescenti e con la faccia annoiata e brufolosa, sempre pronti a lamentarsi. Odio i ragazzini.

L’ auto prosegue dritta in Long Road, la strada sembra di quelle dei film Western, attraversa la città da un capo all’altro, ed essendo Kasserville un buco di fogna, si riesce persino a vederne la fine.

Esco fuori dall’albergo in cui lavoro, ho un cartellino sulla sinistra della mia uniforme: “James”.

Sono un facchino e oggi devono arrivare i Parker e, più tardi, i Johnson a rovinare i miei sonnecchianti pomeriggi estivi.

Long Road è assolata, con le sue fila di villette tutte uguali, l’asfalto come quando lo versarono e nemmeno uno stramaledetto piccione, dormono persino loro. Li vedo avvicinarsi con il loro SUV, sono almeno 10Kg di valigie, chi me lo ha fatto fare.

Eccoli li, i nuovi villeggianti di cui si parla tanto. Non viene mai nessuno in questa merda. Passano davanti al tavolino cui sono seduto per fare colazione, al Lux Hotel che di Lux non ha nulla. James li sta aiutando con i bagagli, quel ragazzo non ha spina dorsale.

Ho 82 anni e ancora non mi sono stancato di farmi i fattacci della vita, dentro mi sento ancora un ragazzino. Vivo a Kasserville da sempre e da sempre c’è stata un’aria stantia in questa città, un’aria viziata, un’aria tremendamente sbagliata. Qualcosa di irreparabile e immune ad ogni tipo di esorcismo. Ogni volta che muore qualcuno, lo lasciamo nel cimitero dietro la chiesa di padre John.

Noi non seppelliamo gli stranieri, solo i nostri simili.

La sensazione è che le mura di questo posto ti si stringano lentamente addosso e più ci resti, più ne rimani intrappolato, fino a soffocare e soffocate sono anche le tue urla quando ti rendi conto che è troppo tardi e

non puoi più fuggire.

Ma loro non possono saperlo.

Non possono saperlo mentre prendono le chiavi della loro stanza.

Non possono saperlo mentre salgono le scale coperte dalla moquette rossa.

Non possono saperlo quando chiudono dietro di sé la porta col numero 6.

Ora Kasserville ha una lapide in più. Una famiglia in più.

“Parker”.

Una nuova auto in città.

 

 

© Francesco Epifania Pica

 

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